Luciu u Lupo (Lucio Lupo)

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Luciu u Lupo (Lucio Lupo)

luciu lupuLupo era il suo cognome ma
l’aggiunta di una u ne fece un
soprannome adatto, secondo alcuni
cosiddetti amici, a classificare il
personaggio, in verità spigoloso e
scontroso ma anche buono e
generoso specie con quelli che come
lui erano o si sentivano emarginati
dagli ambienti qualificati della società.
Andava in giro, lo ricordiamo gli
anziani, a fare il venditore ambulante,
come tanti altri che poi divennero
negozianti e commercianti rispettabili.
Ma Lucio non aveva il bernoccolo degli affari e per essere informato dei fatti del giorno lasciava che le comari più
furbe arraffassero qualche cianfrusaglia. Le notizie tristi o liete che apprendeva stimolavano il suo estro poetico e la sua poesia, nutrita di sentimenti sinceri e di vivido acume, appuntava i fatti e fustigava i misfatti.
Lucio nacque a Giarre il 22/10/1910, da genitori di condizioni economiche assai
modeste perché il padre Giovanni faceva, quando poteva, “u iurnataru” e la madre
Sebastiana Musumeci, malferma in salute allevava alla meglio tre figli : Lucio,
Giuseppina e Pippineddu, morto in tenera età. Le condizioni della famiglia migliorarono
quando, col trasferimento a Riposto, il padre ottenne la fiducia della famiglia Puglisi,
che costruito l’omonimo Teatro, gli affidò il compito di custodirlo e tenerlo pulito.
Così, avendo libero accesso, per Lucio esso diventò la sua seconda casa nonché la
palestra della sua istruzione ed educazione per cui ricordava sempre le
rappresentazioni di opere liriche, di operette e le compagnie di varietà ed i nomi degli
artisti più importanti come Schipa, Ruggeri, Valenti, Grasso, Musco, Macario, Osiris ed
altri personaggi famosi. Ricordava i tempi quando nelle compagnie di varietà le
ragazze del balletto “valevano il doppio perché in effetti sei ballerine venivano
reclamizzate così: 12 gambe 12”. Poi i gusti delle persone cambiarono, il Teatro Puglisi diventò cinema, i genitori di Lucio morirono e Lucio, che con quel fisico poco prestante non poteva affrontare lavori pesanti né voleva sottomettersi a piatire un posticino per vivere, cominciò ad aguzzare l’ingegno e ad esercitare la sua sensibilità poetica per dire la sua sui fatti di cronaca paesana, gareggiando con altri che poi ebbero migliore fortuna perché disposti a farsi strumentalizzare.
Lucio, dopo tanti guai, ebbe la fortuna di sposare una donna che, pur non essendo una venere, fu sempre buona, comprensiva e fedelissima compagna. Concetta Altamore andava in giro con Lucio nelle periferie di Giarre, Riposto e Mascali, dandogli man forte perché più robusta a spingere il carrettino con i casalinghi. Quando arrivavano in certi crocicchi si fermavano e Lucio pubblicizzava la merce gridando: “Vinni piatti, buttigghi e biccheri, Luciu u Lupu cu so muggheri”.
Le donne uscivano dai vicoli accorrendo soprattutto per ascoltare le stornellate di Lucio come anche per la speranza di portarsi a casa di straforo qualche cianfrusaglia, eludendo l’attiva vigilanza della moglie Concetta, la quale in fondo però, come il marito, non se la prendeva molto per quelle piccole rapine ad opera di persone che stavano economicamente peggio, tanto alla vita frugale di Lucio e Concetta bastava poco e la maggior parte di quello che ricavavano dalle vendite lo mettevano da parte per comprare altra “roba”.
Lucio intanto registrava nella sua mente gli avvenimenti lieti o tristi narrati dalle “comari” ed il suo estro su “li consequenzi ca lassau la guerra” appuntava:
“A cu manca lu patri a cu lu frati / quantu donni ci su’senza mariti / quantu figghi di mamma assassinati / ca ‘nta sta terra cchiù non li viditi /”. Anche dopo il matrimonio Lucio si lasciava coinvolgere in “imprese amorose” improntando serenate per la bella di turno, la quale però poteva anche avere un protettore litigioso per cui finiva “a tabaccu”, cioè in malo modo ed allora Lucio tornava mogio mogio confessando:
“Dimmi ingrato, dimmi vile / me lo merito, lo so’ / come pecora all’ovile / a te bella tornerò /. Tra parentesi l’italiano per Lucio serviva a dare solennità alle parole…I versi di Lucio erano a volte dolci e delicati come quando si rivolge alla madre chiamandola: “Fata della prima aurora / unico bene della vita mia /. Ma altre volte erano pungenti e fustigatori di malvezzi e di misfatti. Così mentre si struggeva “Pì ‘n’urfanedda scausa, nuda,cu lu passu lentu / morta di fami, china di stanchizza / priva di lu sant’amuri di la sò matruzza / … Così s’indignava contro i violenti ed i prepotenti e contro fatti assai immorali “ca fanu arrizzari li carni” come il caso d’un vecchio che corteggiava una bambina “per buttarla nel peccato” o quello di una madre che voleva fare mercimonio della figlia ancora bambina, servendosi della sua acerba bellezza per titillare l’erotismo dei clienti… In questi casi Lucio non componeva solo versi ma sfidava il pericolo ospitando la ragazza d’accordo con la moglie e fustigando “cu non senti dolu, non senti rancuri / non sapi chi vol diri lacrimari / pensa sulu di fari lu ‘mbrugghiuni / e stari a spassu a fari u bacchittuni”.
Come abbiamo accennato l’italiano serviva a Lucio per i momenti solenni e tale era per lui l’ode in morte della sposa in cui tra l’altro dice: “Tu sola confortavi le mie pene / fino alla morte mi volesti bene”…
E così l’ode per la sua Riposto i cui figli furono “nobili marinara” che le consacrarono “con palpitante cuore / vita, pace e amore /. Ed ecco come Lucio presenta se stesso: “Sugnu n’omu i sissantanni, ca paru pigghiatu di la luna / cu li donni n’avutu furtuna / sincera n’aia truvatu sulu una”. E questo autoritratto fu una delle ultime note di Lucio, che ricoverato all’Ospedale di Linguaglossa per una banale caduta, morì il 10/06/1984.
I resti di Lucio sono seppelliti, assieme a quelli della fedele moglie Concetta, nella parte vecchia del Cimitero di Riposto, nel sottosuolo della Cappella della Confr. della Madonna del Carmelo.
Lucio Lupo, pur essendo un uomo semplice e senza protezioni, lottò come poté contro la violenza e la malvagità subendo minacce e qualche bastonatura, i suoi versi ora delicati ed ora aspri furono sempre sinceri ed originali ed anche perché in vita non ebbe mai come altri alcun riconoscimento, continuo a pensare che meriterebbe di essere ricordato nella toponomastica ripostese con l’intitolazione di una strada, anche di quelle che ancora risultano contrassegnate da un numero. Penso che in fondo sarebbe un atto di giustizia! (ndr: il Comune qualche anno dopo una via…)

AURELIO STRANO

Poesia di Lucio Lupo dedicata alla morte della moglie

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Fonte: LA TRIBUNA DI GIARRE 27 Febbraio 1993 (pagina 3)

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