ARAZIU STRANU (Orazio Strano)

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ARAZIU STRANU (Orazio Strano)

Orazio Strano: mitica voce della Sicilia
di Santi Correnti
orazio strano3Il 16 dicembre 1981, all’età di 77 anni, è scomparso a Riposto (Catania) colui che era unanimemente considerato il maestro dei cantastorie siciliani, Orazio Strano. La terra siciliana è sempre stata feconda matrice di poesia; e i nostri antichi, che lo sapevano, proclamavano che cu voli pusìa vegna ‘n Sicilia – ca porta la bannéra di vittoria – canti e canzuni n’avi a centumilia. Con il riposte. Orazio Strano la poesia sicilia-na non solo ha confermato la sua tradizione, ma non ha atteso di essere scoperta nel suo luogo d’origine, perché ha varcato i suoi limiti geografici e si è imposta trionfalmente in tutta Italia, dando al suo cantore ambitissimi riconoscimenti. Orazio Strano è stato infatti proclamato «Trovatore d’Italia» nella sagra nazionale dei cantastorie tenutasi a Grazzano Visconti nel 1960; ha mantenuto lo stesso titolo nel 1962 a Castell’Arquato; e nel 1964 a Monticelli è stato addirittura riconosciuto come «Maestro dei cantastorie d’Italia», e considerato pertanto fuori concorso.

Non è da stupirsi di queste manifestazioni di pubblico riconoscimento ottenute da Orazio Strano, perché critici assai qualifi-cati, così come il popolo di molte piazze d’Italia, hanno gradito i suoi canti e la sua recitazione in modo davvero lusinghiero, dando di lui giudizi di cui c’è da andare veramente fieri. Nel 1956, dopo una memorabile tournée di undici giorni al Piccolo Teatro di Milano in cui Orazio Strano apparve incontrastabilmente il migliore dei menestrelli in campo -e c’erano artisti che risponde-vano al nome di Ciccio Busacca, Ciccio Platania e Ignazio Buttitta, cioé appartenenti alla migliore tradizione poetica sicilia-na – egli fu lodato unanimemente dai critici; e lo stesso Salvatore Quasimodo, premio Nobel 1959 per la letteratura, ha scritto che Orazio Strano è «il più mordente, tradizionalista, esperto di tecni-ca degli aedi siciliani». Valerio Riva ha riconosciuto che Orazio Strano è poeta scaltrito e raffinato, e possiede una tavolozza di colori e di sfumature assai più alta dei suoi colleghi, perché sa pas-sare dal bozzetto sentimentale all’epodo, dal drammone alla frot-tola, dalla sestina epica all’ottonario, dall’ottava ariostesca all’epigramma e alla canzonetta. Il critico della rivista «Settimo giorno» osservò che Orazio Strano sapeva passare dal parlato al canto senza soluzione di continuità, con una coerenza di linguaggio che farebbe invidia ad un operista moderno. E Roberto De Monticelli, in una nota apparsa sul quotidiano milanese «Il Giorno», ha dichiarato su quel giornale che fra i cantastorie sici-liani Orazio Strano è il più illustre ed antico, e che ha «una faccia di operaio anziano, come toccata da una tenerezza, ma l’arco delle sopracciglia, nero e lucente sulla fronte grigia, fa la stessa curva del sole da un capo all’altro dell’Isola, lungo la giornata; ed ha una voce forte, morbida e scura, del colore delle casse dei mandolini… Come canta, gli si accendono, una di qua e una di là, due scintil-le di zolfo negli occhi». Orazio Strano merita questi giudizi lusinghieri. Come io scrissi nel 1958, nel suo canto ora allegro e spensierato e motteggiatore, ora malinconico e dolente e lacrimante, vibrano tutti i mille e mille toni delle corde del nostro cuore di isolani. Egli canta appassionatamente la Sicilia e la sua gente in Misteri e cosi sicilia-ni sorride dell’eterno contrasto di uomini e donne, racconta fat-tacci di cronaca nera che abbiano avuto particolare risonanza tra la nostra gente, come lo sconvolgente assassinio del presidente Kennedy, e si libra sulle ali della pura lirica nelle canzoni di amore e di gelosia, e in quelle di sdegnu e di sintimentu. La sua produ-zione più interessante (anche perché, nelle opere scritte in colla-borazione con il poeta mascalese Turiddu Bella, è da considerare un epigono dei canti amebei di Teocrito e di Virgilio) è racchiusa in un opuscolo ormai raro, Lu cantastorii sicilianu. È una lettura rasserenante; il poeta lo sa, e come il pirandelliano Liolà ci dice: Buttitta, cioé appartenenti alla migliore tradizione poetica siciliana egli fu lodato unanimemente dai critici; e lo stesso Salvatore Quasimodo, premio Nobel 1959 per la letteratura, ha scritto che Orazio Strano è «il più mordente, tradizionalista, esperto di tecni-ca degli aedi siciliani». Valerio Riva ha riconosciuto che Orazio Strano è poeta scaltrito e raffinato, e possiede una tavolozza di colori e di sfumature assai più alta dei suoi colleghi, perché sa pas-sare dal bozzetto sentimentale all’epodo, dal drammone alla frottola, dalla sestina epica all’ottonario, dall’ottava ariostesca all’epigramma e alla canzonetta. Il critico della rivista «Settimo giorno» osservò che Orazio Strano sapeva passare dal parlato al canto senza soluzione di continuità, con una coerenza di linguag-gio che farebbe invidia ad un operista moderno. E Roberto De Monticelli, in una nota apparsa sul quotidiano milanese «Il Giorno», ha dichiarato su quel giornale che fra i cantastorie sici-liani Orazio Strano è il più illustre ed antico, e che ha «una faccia di operaio anziano, come toccata da una tenerezza, ma l’arco delle sopracciglia, nero e lucente sulla fronte grigia, fa la stessa curva del sole da un capo all’altro dell’Isola, lungo la giornata; ed ha una voce forte, morbida e scura, del colore delle casse dei mandolini… Come canta, gli si accendono, una di qua e una di là, due scintil-le di zolfo negli occhi». Orazio Strano merita questi giudizi lusinghieri. Come io scrissi nel 1958, nel suo canto ora allegro e spensierato e motteggiatore, ora malinconico e dolente e lacrimante, vibrano tutti i mille e mille toni delle corde del nostro cuore di isolani. Egli canta appassionatamente la Sicilia e la sua gente in Misteri e cosi siciliani sorride dell’eterno contrasto di uomini e donne, racconta fattacci di cronaca nera che abbiano avuto particolare risonanza tra la nostra gente, come lo sconvolgente assassinio del presidente Kennedy, e si libra sulle ali della pura lirica nelle canzoni di amore e di gelosia, e in quelle di sdegnu e di sintimentu. La sua produ-zione più interessante (anche perché, nelle opere scritte in colla-borazione con il poeta mascalese Turiddu Bella, è da considerare un epigono dei canti amebei di Teocrito e di Virgilio) è racchiusa in un opuscolo ormai raro, Lu cantastorii sicilianu. È una lettura rasserenante; il poeta lo sa, e come il pirandelliano Liolà ci dice: Litturi, lu tè cori si cunsòla Cu sti canzuni fatti ‘i sta manéra: Cantàri li poi tu a la campagnola, A sturnelli, e macari: ‘a carrittera.,…
Il suo canto acquista un particolare valore quando pensia-mo da quale corpo rattrappito e sofferente esso si levi, perché Orazio Strano, nato a Riposto nel 1904, fu colpito a 22 anni, mentre prestava servizio militare in Marina, da artrite reumatica deformante; e per parecchi decenni ha sofferto li peni di Cainu, come egli dice nel suo poemetto La me vita pinusa in cui, dolorosamente poetando, egli afferma che

La mala sorti la porto di ‘ncoddu, Como un turciuni lacrimìu e squagghiu; Cchiú tempo passa e di cchiú m’arrimoddu, Pirchf cummattu sempri, notti e jornu, Ccu trívuli malanni e cu fiustornu!

Il canto di Orazio ,Strano ci appare pertanto nella luce profondamente umana di una vittoria dello spirito sulla materia, di un simbolico trionfo della poesia sul dolore. La sua vita è stata un continuo e ostinato affermarsi del suo spirito sul male fisico, in un faticoso ma costante progresso: dall’asinello sardo e dal car-rozzino con cui si trascinava in tutte le piazze del Meridione è pas-sato alla «Balilla tre marce» e poi a macchine più moderne e confortevoli; dalla chitarra è passato al microfono e al registratore; la sua voce è incisa in dischi (del solo poemetto Giuliano, re dei briganti, con versi di Turiddu Bella, si sono fatte 17 edizioni, con la vendita di oltre 150.000 dischi) e trasmessa dalla radio; ed io stesso ho avuto il piacere di ascoltarla a New York nelle trasmissioni di Lucio Basco; la sua figura è apparsa anche sugli schermi della nostra televisione. Se Riposto ha onorato il suo migliore poeta, ha fatto davvero bene, perché la vita di Orazio Strano è anche un esempio di volontà tenace e di dedizione all’arte; ed il suo nome sarà sempre ricco di significato per chi studierà la sto-ria della cultura locale, perché egli non soltanto è valido come poeta e come interprete dell’anima popolare, ma con la sua tenace volontà di vita ha sublimato la sua arte; e l’onore che gli è stato tributato dalle autorità e dal popolo ha voluto premiare non solo l’artista, ma anche l’uomo con l’offerta di una simbolica medaglia d’oro nel 1966. Una sincera e devota amicizia mi legava a lui. Lo onorai in vita parecchie volte, scrivendo per lui articoli pubblicati dal quo-tidiano «La Sicilia» di Catania nel 1958 e nel 1966, ed inserendo un saggio che lo riguardava nel mio libro Storia e folklore di Sicilia (Milano, Mursia 1975, pp. 157-159). Egli ricambiava questa mia affezione nella maniera più a lui congeniale, e cioé in poesia; nel 1968 mi dedicò una lirica, in cui mi chiamava «albero forte e gigante» della cultura siciliana, e concludeva così le sue vibranti ottave a me rivolte

sì ferru, e mi ti smancia non cè lima, cu ti canusci, t’apprezza e ti ama, di l’arti vera sì la megghiu cima, arvulu forti e giganti ti chiama!

e nel 1973, in occasione del mio quarantanovesimo compleanno, mi indirizzava questo affettuoso sonetto, in cui ricordava la nostra natia Riposto, cui egli era attaccatissimo, e nella sua bontà mi chiamava «uomo di talento»

Quannu-nascistu, omu di talentu, purtastu ‘n casa vostra l’armunia; li vostri ginituri a ddu mumentu pruvaru la cchiù gioia ca ci sta; pirchì capìu lu so’ sintimentu chítidu ca un ghlornu sta figghiu sarla, e di fatta vinistu gran purtentu, scritturi ricca assai di fantasia. Critica d’arti `maculatu e tostonessunu scappa sutta di stu lazzu vui ‘nta lu criticari siti appostu.

Ora milli auguri vi fazzu
figghiu fidili di Ripostu
ca ‘nta Catania truvastu lu jazzu !

dicendo cioé che io avevo trovato la mia vera sede di attività a Catania come è nella realtà.
Dando notizia della sua morte, lo scrittore Giuseppe Di Bernardo, nell’articolo intitolato Il gran cuore di Sicilia, apparso su «La Sicilia» del 18 dicembre 1981, lo ha chiamato «la voce mitica della Sicilia popolare, il più grande cantastorie di tutti i tempi» ed ha giustamente affermato che «con lui muore il cuore della Sicilia antica, della quale Orazio Strano ha cantato, riallacciandosi alla cronaca di ogni giorno, ed in essa trasfondendo gli slanci lirici della sua anima di poeta delicatissimo, il più struggente tormento, i desolanti abissi della condizione popolare, i sentimenti della gente comune». Non per nulla Orazio Strano aveva detto di voler cantare così la sua terra:

Vogghiu laudari ccu li me canzuni la terra mia ca vogghiu tantu beni, l’omini forti Corna li liuni, li donni beddi coma li sireni, e zoccu c’è in Sicilia macari, lu suli d’ora, lu cela e la mari…

e con questa visione nel cuore egli è salito al cielo dei poeti.

 

FONTE:Orazio Strano: mitica voce della Sicilia
di Santi Correnti

Un ringraziamento alla figlia Maria Strano per la cortese collaborazione.


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