Fulippazzu (Filippo Di Pino)

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Fulippazzu (Filippo Di Pino)

Fulippazzu

Dal romanzo “Il miliardario pezzente” di Salvatore Musumeci

Mi raccomando, dormite! Perché se i morti si accorgono che siete svegli vi fanno il solletico ai piedi e non vi lasciano niente! Questa raccomandazione i nostri genitori ce la ripetevano più volte per convincerci a dormire ed evitare le tipiche curiosità dei ragazzini che avrebbero potuto svelare chi, in realtà, fossero “i morti” che lasciavano i doni.

Per noi maschietti non poteva mancare come lascito dei morti una bella pistola o, per i più fortunati, un bel fucile. Ricevere quelle armi, naturalmente finte, ci faceva sentire dei veri soldati e la mattina, tutti contenti, indossavamo quei bei cinturoni e alcuni anche la stella da sceriffo e andavamo a comprarci i fulminanti per poter fare la nostra guerra. La nostra tanto aspettata guerra serviva solo a consumare tanti fulminati che facevano solo rumore e ad accendere qualche piccola lite tra i ragazzini dei quartieri diversi. A Riposto ci conoscevamo quasi tutti, ci volevamo bene e il nostro gioco della guerra non ci aveva mai fatto del male.

Da adulto capisci perché i tuoi genitori nel giorno dei morti erano tristi, mentre tu eri felice, capisci chi era a lasciare i doni, capisci che la guerra non è come quella che facevamo noi bambini, ti rendi conto che la guerra è triste e che non ha mai prodotto nulla di buono.

fulippazzuE’ stato così anche per Filippo, a lui la guerra non ha portato nulla di buono, anzi, gli ha tolto quello che aveva.

Quella strada senza sbocco, la via Zara, non è più in terra battuta, la via Alessandro Volta è stata messa in comunicazione con la via vecchia e ‘u vadduni non si nota quasi più. La fontana che era situata in quel tratto non c’è più, da quel rubinetto don Fulippu si riforniva della “poca” acqua che gli serviva per cucinare o per i bisogni personali. La cabina dell’Enel invece è sempre lì, con i suoi muri adornati dalle nostre scritte che da bambini, per prenderci in giro, facevamo e ancora oggi vi si può leggere:

W INTER ʍ JUVE

Nemmeno quel fabbricato esiste più, è stato abbattuto, al suo posto è stato costruito un moderno palazzo, quel fabbricato che con prepotenza aveva preso il posto della nostra umile ma armoniosa casa e che come vicino aveva proprio don Fulippu.

La casa di Fulippazzu non c’è più, quel malazzeni che Minicu u vaddia aveva concesso a don Fulippu di utilizzare gratuitamente ha lasciato il posto ad una moderna abitazione. Dopo aver dato la corda alla mia sveglia dei ricordi mi sono reso conto di quanto tempo è passato e di quante cose sono cambiate…

Nel periodo natalizio si tirano le somme e si parla dell’anno che sta per finire. Piovo-so, freddoloso, tante cose non sono andate per il giusto verso, si è soliti dire, aggiungendo che non si vede l’ora che entri l’anno nuovo e soprattutto che porti buone nuove.

La legna era già pronta, sistemata a forma di cono e aspettava ‘a Vigilia, la notte del 24, per essere accesa e fare ‘u zuccu i Natali. Andare in giro a raccogliere la legna a noi ragazzi dava una gioia immensa, soprattutto quando partecipavano anche i grandi che con molta abilità riuscivano ad accaparrare pure grossi tronchi di alberi o pezzi di barche abbandonati. Quando ‘u zuccu lo facevamo nella strada in terra battuta di fronte alla cabina dell’Enel era tutta un’altra cosa. Anche Fulippazzu partecipava alla cena che si faceva davanti allo zuccu-falò e molti vicini venivano a curiosare e a fare i complimenti per la tanta legna accumulata.

fulippazzu2Fulippazzu era quello che oggi viene definito un emarginato (lui lo era per propria scelta) ma era benvoluto da tutti. Il suo passatempo preferito era uscire con una bottiglia vuota e andare nella putia du vinu, dove la faceva riempire col prezioso succo di uva per poi berlo come più gli aggradava e talvolta, a seconda dell’umore, anche nel giro di poco tempo. Quel suo, inizialmente voluto, passatempo, per affogare nell’alcol i suoi tormenti, lo aveva portato negli anni ad uno stato di semincoscienza, al punto da non capire più se fosse sobrio oppure no, in fondo forse era proprio quello che lui voleva.

La sua vita era stata sconvolta da una tragedia familiare che lo aveva portato a vivere ai margini della società.

Don Fulippu era di statura bassa, i denti quasi tutti l’avevano abbandonato, a quel tempo avrà avuto sessant’anni, ma ne dimostrava molti di più, anche se la sua tempra doveva essere molto forte. Viveva nella casa ad angolo di fronte alla cabina dell’Enel. In realtà più che una casa era una sorta di riparo, infatti, consisteva in uno spazio a cielo aperto, tranne una zona coperta da una tettoia. Non c’erano muri oltre a quelli perimetrali, niente luce, acqua, pavimenti e altri comfort.

Il suo letto era una vecchia auto di colore nero, mentre la sua dispensa era una valigia di quelle di cartone pressato, raccattata in qualche angolo dove qualcuno probabilmente l’aveva abbandonata. Alla casa si accedeva attraverso un grosso portone di legno che Fulippu chiudeva con cura ogni volta che usciva.

Passatempo dei ragazzi di più generazioni era sempre quello di insultarlo chiamandolo a voce alta e aggiungendo: U’mbriacu!

Lui, con tutta la rabbia che provava, li rincorreva a suon di brutte parole, tirando delle pietre e sbagliando la mira volutamente. Il perché sbagliasse la mira col tempo forse l’ho capito o perlomeno ho pensato di dare una valida motivazione, ipotizzando che quello strano gioco, in qualche modo dovesse gratificarlo.

In quel tipo di gioco qualche volta mi sono trovato pure io e dovevo stare più attento degli altri, perché se per caso mi avesse riconosciuto lo avrebbe detto ai miei genitori e poi erano cavoli miei!

Io, infatti, ero tra i pochi ad avere il privilegio di entrare a casa sua.

Io che ogni tanto gli portavo un piatto di pasta su incarico dei miei genitori e che gli potevo parlare e farmi raccontare alcune sue storie di quando era soldato e aveva combattuto in guerra, non ho mai capito se mi sia andata sempre bene o se lui abbia fatto finta di non conoscermi, durante quei giochi-insulto. Fulippu sicuramente amava gli animali, io me lo sono sempre immagino in groppa a un cavallo filare galoppando, e chissà, forse lui avrebbe desiderato averne uno, anche per non smentire il nome che i genitori avevano scelto alla sua nascita.

Unico suo caro amico era Giulio, un cane meticcio che per tanto tempo è stato la sua ombra. Sembrava di assistere a una commedia quando, in particolari situazioni, dialogava con Giulio, che sembrava cogliesse tutto quello che Fulippazzu gli diceva.

Era uno spettacolo vedere Fulippazzu la mattina, quando andava in giro per il paese con quell’impermeabile marrone, di quelli molto leggeri, con la cinta legata stretta alla vita in cui infilava quel manico d’ombrello a mo’ di spada.

Sicilian Talian! Diceva spesso, oppure intonava Lili Marlen, quando il vino cominciava a fare i suoi effetti.

Non lontano dalla casa di Fulippazzu si trovava un’officina.

L’artigiano aveva effettuato un lavoro a un cliente benestante, il quale, rimasto molto contento, gli regalò una bottiglia di marsala all’uovo.

Decidendo di aprire quella bottiglia, chiamò Fulippazzu e lo invitò a bere con lui:

-Fulippu! Veni ‘ccà!

-Chi c’è? Rispose Fulippu.

L’artigiano, prendendo due bicchieri gli disse:

-Vieni, oggi si brinda! E fece il gesto di passargli il bicchiere colmo di marsala.

Fulippu, diffidente per natura, gli disse:

-Prima, vivi tu!

L’artigiano, un po’seccato e risentito, rispose:

-Lo bevo io, ma per te non ce n’è!

Fulippazzu si allontanò brontolando, sussurrando la solita frase:

-Fezza schifezza, Sicilian Talian!

Un lunedi, di buon mattino, Fulippu si reco’ al Municipio e, come un soldato di guardia, si piazzo’ vicino al portone d’ingresso ad aspettare che qualcuno andasse ad aprire.

Il portone odorava di pittura fresca, essendo stato pitturato qualche giorno prima. Alle 8.00 in punto il messo arrivo’ e trovò strano che Fulippu fosse lì ad attenderlo.

-Attentu, Fulippu! Non t’ appuiari no puttuni, ca e’ pitturatu friscu!

-Viri ca nun sugnu ‘mbriacu e u visti ca u puttuni ie’ pitturatu friscu e visti macari ca i manigghi di ramu sunu tutti lordi, e daticcilla na pulizziata!

-Comu mai a quest’ora si cca’? A cu aspetti?, gli chiese il messo.

-Oggi veni ‘u sinnicu? domandò Fulippu.

-Sì, ma viene tardi, ti conviene ritornare dopo. Cercava di persuaderlo il messo, mentre insieme salivano le scale.

-Vabbè, gli disse Fulippu, incurante del consiglio del messo, mentre si avvicinava alla sedia situata nei pressi del gabinetto del primo cittadino, aggiuncendo; vuol dire ca aspettu cca’, picchì ci devo parrari!

Erano quasi le 10.00 e del sindaco nemmeno l’ombra. Fulippu cominciava a spazientirsi, lui, burbero per carattere, non dialogava con chiunque, per cui quell’attesa doveva sembrargli interminabile e cominciò a fare avanti e indietro nel corridoio.

Sicuramente anche il fatto che quella mattina non aveva ancora bevuto lo rendeva nervoso, ma ormai aveva deciso: quel giorno doveva parlare col sindaco e, nonostante in tanti gli consigliassero di tornare dopo, Fulippu, intransigente, continuo’ la sua snervante attesa insieme ad altri concittadini, che avevano anche loro necessità di parlare al sindaco.

Finalmente, dopo un po’, il sindaco arrivò.

-Buongiorno. Gli disse il messo.

-Il primo è Fulippu signor sindaco, è qui da stamattina alle 8.00.

-Ciau Fulippu, trasi trasi, chi c’e, veni cca’.

-Ciau, gli disse Fulippu, chiamandolo per nome e dandogli del tu in modo confidenziale, poiché i due si conoscevano da ragazzi.

-No, non trasu, ti devo dire solo una cosa e te la dico qui, non ti voglio fari perdiri tempu, cu tutti i to chiffari importanti ca ci hai.

-Tu si amicu miu e mi hai promesso che mi facevi prendere ‘a pensioni, perché dicono ca mi spetta, io fino a oggi non ho visto niente. Fossi aspettunu ca moru ppi darimmilla…

-Ciao!, aggiunse, e si congedò senza dire e senza ascoltare altro. Abbassò la testa e fece la solita espressione chiudendo la bocca, che per mancanza dei denti, faceva arrivare il labbro inferiore vicino alle narici.

Se crere ca mi fazzu u sangu amaru… se crere ca ‘mpazziscu e appoi mi sparu… chella là, chellallaaaà…

Pippinu, il fioraio, interruppe il concertino di Fulippu, quel pomeriggio.

-Fulippu! Fulippu! Iapri ca t’ha a diri na cosa!

-Aspetta Pippinu, staiu vinennu!

-Ciau Fulippu.

-Ciau Pippinu. Chi voi?

-Vedi che domani alle tre e mezza c’e’ ‘u funerali, perciò non bere, così puoi lavorare.

A quei tempi, a Riposto e non solo, nei funerali, solitamente le ghirlande venivano portate a mano da due persone e Fulippu veniva chiamato spesso da Pippinu e da altri fiorai per fare quel servizio che gli permetteva di guadagnare qualcosa.

-Vabbe’, allora ni viremu dumani, ti aspetto o simafuru ‘ndo chianu. Alle tre ti passo a prendere. Non te lo scordare Fulippu, e non bere, u capisti, gli raccomandò don Peppino.

-Sì, sì, non mu scordu, u capii: e tri sugnu o simafuru e tu non ti scuddari ca ancora avanzu i soldi da vota scorsa! Gli disse Fulippu, prima di rientrare.

Come mi dispiace non esserci stato quella domenica, quando Fulippu mangio’ a casa nostra! Io non c’ero, ero fuori per lavoro. Quando ancora oggi si parla di quel pranzo, io, con un po’ di malinconia, penso tra me:

Che peccato non aver potuto pranzare con quell’ospite così speciale…

Fezza schifezza, Sicilian Talian!

Don Fulippo riposa nel cimitero di Acireale. In questa cittadina Fulippazzu trascorse l’ultimo periodo della sua vita, venne ospitato in un casa di riposo per anziani grazie all’interessamento di persone che gli volevano bene. Io un giorno lo rividi, era venuto nella sua amata Riposto per passarci qualche ora, poi sarebbe dovuto ritornare ad Acireale nella casa di riposo che lo ospitava. Quella volta stentai a riconoscerlo, don Fulippu era sobrio e ben vestito ma i suoi occhi erano tristi e quello mi dispiacque molto, in quel momento avrei voluto nascondermi dietro l’angolo e gridargli: Fulippazzu u’mbriacu! Avrei voluto che lui raccattasse delle pietre per scagliarmele contro, tanto sapevo che non mi avrebbe colpito e che come al solito avrebbe sbagliato la mira, ma quel gioco non si poteva più fare, quel Fulippazzu non esisteva più! Quella fu una delle ultime volte che io vidi don Filippo, quando capita di parlare di Fulippazzu un velo di malinconia mi cattura.

Don Fulippo sono davvero onorato di averla avuto come vicino di casa e di averla conosciuta… Fezza schifezza, Sicilian Talian!

Salvatore Musumeci

Su autorizzazione dell’autore.

Foto reperite sul gruppo facebook Sei di riposto se…


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