Un atto d’amore verso la nostra Riposto. Video di Pietro Redi

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La Riposto dei ricordi

A cura del collezionista ripostese Gaetano Cannavò

La Riposto dei ricordi

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porto in costruzione 1925 circa

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Piazza S. Pietro 1920 c.a.

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Corso Umberto (oggi Corso Gramsci) vista da p.zza San Pietro

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Panorama dal porto. 1925 c.a.

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Portici municipio

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Piazza S. Pietro fine anni '30

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Corso Vittorio E. oggi corso Italia 1930

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P.zza dello Statuto (oggi Villa Pantano) 1925 c.a.

Via Cavour 1930 c.a.

Via Cavour 1930 c.a.

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panorama 1925 c.a.

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P.zza del commercio ed Istituto nautico 1925 c.a.

Chiesa M. ss. Rosario Torre Archirafi

palazzo natoli (vigo)Intorno al 1720 francesco Natoli, compra delle terre a Torre Archirafi e fa iniziare la costruzione dell’attuale palazzo con l’arco; contemporaneamente inizia la costruzione di una cappella annessa al palazzo.

Il 14 maggio 1741 Giovanni Natoli Ruffo completa la chiesetta e scrive la seguente epigrafe:

“Marie optimae maximae pepetuae mamertinorum tutelari saeculo XVIII acceptae epistolae surgente aedem hanc quam hocrure ducatus titulo insignito Franciscus Natoli De Alifia Sperlingae princips priusquam fato cederet erigendam curavit menti patris adhaerens Ioannes Filius erexit perfecit dotavit”

Questa cappella che, prima di morire, fece sorgere a Maria ottima massima ed eterna protettrice dei messinesi, agli inizi del secolo XVIII dopo che ricevettero la lettera, il principe di Sperlinga Francesco Natoli di Alifia, in questo contado inisignito del titolo di ducato, il figlio Giovanni, in armonia con la volontà paterna, la costrui, la completò e la dotò(trad. Santi Correnti).

Nel 1743 la chiesa viene consacrata e nel 1840 la cappella viene ampliata.

palazzovigoNel 1900 la chiesa viene ampliata con una navata laterale sul terreno donato dai machesi Vigo di Gallodoro (ex proprietari, oggi il palazzo è di proprietà comunale).

Nel 1922 la Chiesa di Torre Archirafi diviene parrocchia e viene dedicata alla Madonna del Rosario.

 

 

 

 

Fonte: Le Chiese di Riposto. Mario Giannetto

Restauro Lapide lignea caduti della prima guerra mondiale

lapide lignea

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4 novembre 2015

La Proloco di Riposto, grazie all’impegno del Presidente Sebastiano Scalone, curando il restauto ha ricollocato  presso il Comune di Riposto la lapide lignea, in ricordo dei caduti ripostesi della prima guerra mondiale.

Nel nostro piccolo,” scrive il presidente Scalone, “a Riposto, lo abbiamo fatto, non Vi abbiamo dimenticato. La lapide lignea con i nomi dei caduti della prima guerra mondiale è stata restaurata e collocata in un luogo consono. Un ringraziamento al Sindaco e all’Amministrazione Comunale, al cerimoniere del comune Salvo Puglisi, a Simone Stella, alla Croce Rossa Italiana, alla Comig srl, a Michele Giusa, a Giovanni Musumeci, a Davide Camarda e a tutti i soci della Proloco. Un ringraziamento particolare ed affettuoso ad Alberto Micalizzi. Anche il prof. Armando Patanè, da lassù sarà contento!!!!!”

 

L’altarino da “strata du cannàteddu”

Riposto(CT) – Un affresco databile ai primi anni dell’epoca borbonica (1736-1744) attribuito al noto pittore palermitano.Vito D’Anna nacque a Palermo il 14 ottobre 1718, dove morì il 13 ottobre del 1769. Fu considerato l’erede del famoso Paolo Vasta, che lo accolse nella sua scuola pittorica di Acireale il 13 gennaio del 1736, dove rimase fino al 1744, quando ritornò temporaneamente a Palermo per poi trasferirsi a Roma.

Dipinse, col suo stile barocco, parecchi ed apprezzati affreschi nell’acese, così come nel palermitano, nell’agrigentino, nel ragusano e nel siracusano. Sua è una tela di Madonna col Bambino nel Convento dei Cappuccini di Linguaglossa(CT). Il figlio Alessandro, nato nel 1746 e morto intorno al 1815, dopo anni di attività nella bottega paterna, si trasferisce a Napoli insieme al fratello Olivo. I due artisti s’impegnarono col re Ferdinando a dipingere i costumi dei vari paesi del Regno, restando sempre alle dipendenze dei reali napoletani.

La scoperta dell’inedita opera è stata resa possibile grazie al rinvenimento di un documento ottocentesco, secondo il quale in una zona compresa tra Riposto ed Altarello, si trovava all’interno di un altarino, un affresco del d’Anna:

“…Presso a Riposto, nella via dell’Altarello, esiste di Vito un altarino ove pitturò la Vergine del Rosario col divin pargoletto in grembo, e s. Domenico e s. Caterina ai fianchi…”(1).

Foto di una scolaresca sotto l’affresco della Madonna del Rosario di Vito d’Anna

 

La conferma è recentemente arrivata da una foto in bianco e nero dell’altarino, oggi purtroppo non piu esistente in quanto demolito nel 1956 per l’allargamento della strada Riposto-Quartirello.Secondo Stefania de Luca, proprietaria della foto, l’edicola votiva era situata all’altezza del parco delle Kenzie.

Tale foto, come ha segnalato Ivan Leotta, è riportata anche sul libro “Quartareddu do Chiancuni” del Prof. Mario Giannetto, che dedicò qualche pagina all’edicola della Madonna del Rosario:

“Imboccando la via per “Quartareddu”[…]era stata costruita dagli abitanti del luogo, probabilmente nel secolo XVIII, un edicola votiva che sorgeva all’incrocio tra l’odierno Corso Europa e la strada n.28 Riposto-Quartirello.Essa era alta circa 4 metri, con volta ad arco, tetto piano sormontato da una croce in ferro battuto. Nella parete frontale dell’ampia nicchia era dipinta con pittura su intonaco una delicata Madonna del Rosario che portava in braccio il bambino ed al suo fianco, inginocchiata, una donna supplicante[…]L’Edicola rappresentava il limite fra il paese e la campagna, l’uscita e l’entrata da mezzogiorno dell’abitato di Riposto.”

Dettaglio dell’affresco del d’Anna

 

La datazione al XVIII secolo, come riporta il Giannetto, corrisponde effettivamente al periodo in cui Vito d’Anna affrescò la cappella (tra il 1736 ed il 1744, periodo in cui il pittore soggiornò nella vicina Acireale) tuttavia ad un’attenta analisi dell’affresco si notano ai lati della Madonna  due presenze, e non una (…donna supplicante…): si tratta infatti di S.Domenico e S.Caterina, figure che per tradizione vengono sempre poste, supplicanti, ai lati della Madonna del Rosario, come riporta correttamente il documento ottocentesco e come appare in altre opere simili.

Nell’antico affresco si notano chiaramente le mani di due figure: S.Domenico e S.Caterina

Pare che l’affresco sia andato distrutto durante le operazioni di ricollocamento, secondo le testimonianze della madre di Stefania di Luca, che ne portò a casa un frammento, oggi perduto.

Inizialmente si era creduto che l’opera del d’Anna fosse all’interno di un altro altarino, che ha per oggetto la Madonna del Rosario, posto sulla strada tra Altarello e S.Leonardello, sempre nel comune di Riposto, ancora oggi esistente. Ma l’eccessiva lontananza dal centro di Riposto e la qualità dell’affresco non certo compatibile con la bravura del discepolo di Vasta, hanno fatto scartare questa ipotesi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(1) Giornale Arcadico di Scienze Lettere e Arti, Tip. delle Belle Arti, Roma, Mag-Giu 1860, Tomo XXI, p.241

Davide Cristaldi

Fonte: Comitato Storico Siciliano

(su autorizzazione dell’autore)

Fulippazzu (Filippo Di Pino)

Fulippazzu

Dal romanzo “Il miliardario pezzente” di Salvatore Musumeci

Mi raccomando, dormite! Perché se i morti si accorgono che siete svegli vi fanno il solletico ai piedi e non vi lasciano niente! Questa raccomandazione i nostri genitori ce la ripetevano più volte per convincerci a dormire ed evitare le tipiche curiosità dei ragazzini che avrebbero potuto svelare chi, in realtà, fossero “i morti” che lasciavano i doni.

Per noi maschietti non poteva mancare come lascito dei morti una bella pistola o, per i più fortunati, un bel fucile. Ricevere quelle armi, naturalmente finte, ci faceva sentire dei veri soldati e la mattina, tutti contenti, indossavamo quei bei cinturoni e alcuni anche la stella da sceriffo e andavamo a comprarci i fulminanti per poter fare la nostra guerra. La nostra tanto aspettata guerra serviva solo a consumare tanti fulminati che facevano solo rumore e ad accendere qualche piccola lite tra i ragazzini dei quartieri diversi. A Riposto ci conoscevamo quasi tutti, ci volevamo bene e il nostro gioco della guerra non ci aveva mai fatto del male.

Da adulto capisci perché i tuoi genitori nel giorno dei morti erano tristi, mentre tu eri felice, capisci chi era a lasciare i doni, capisci che la guerra non è come quella che facevamo noi bambini, ti rendi conto che la guerra è triste e che non ha mai prodotto nulla di buono.

fulippazzuE’ stato così anche per Filippo, a lui la guerra non ha portato nulla di buono, anzi, gli ha tolto quello che aveva.

Quella strada senza sbocco, la via Zara, non è più in terra battuta, la via Alessandro Volta è stata messa in comunicazione con la via vecchia e ‘u vadduni non si nota quasi più. La fontana che era situata in quel tratto non c’è più, da quel rubinetto don Fulippu si riforniva della “poca” acqua che gli serviva per cucinare o per i bisogni personali. La cabina dell’Enel invece è sempre lì, con i suoi muri adornati dalle nostre scritte che da bambini, per prenderci in giro, facevamo e ancora oggi vi si può leggere:

W INTER ʍ JUVE

Nemmeno quel fabbricato esiste più, è stato abbattuto, al suo posto è stato costruito un moderno palazzo, quel fabbricato che con prepotenza aveva preso il posto della nostra umile ma armoniosa casa e che come vicino aveva proprio don Fulippu.

La casa di Fulippazzu non c’è più, quel malazzeni che Minicu u vaddia aveva concesso a don Fulippu di utilizzare gratuitamente ha lasciato il posto ad una moderna abitazione. Dopo aver dato la corda alla mia sveglia dei ricordi mi sono reso conto di quanto tempo è passato e di quante cose sono cambiate…

Nel periodo natalizio si tirano le somme e si parla dell’anno che sta per finire. Piovo-so, freddoloso, tante cose non sono andate per il giusto verso, si è soliti dire, aggiungendo che non si vede l’ora che entri l’anno nuovo e soprattutto che porti buone nuove.

La legna era già pronta, sistemata a forma di cono e aspettava ‘a Vigilia, la notte del 24, per essere accesa e fare ‘u zuccu i Natali. Andare in giro a raccogliere la legna a noi ragazzi dava una gioia immensa, soprattutto quando partecipavano anche i grandi che con molta abilità riuscivano ad accaparrare pure grossi tronchi di alberi o pezzi di barche abbandonati. Quando ‘u zuccu lo facevamo nella strada in terra battuta di fronte alla cabina dell’Enel era tutta un’altra cosa. Anche Fulippazzu partecipava alla cena che si faceva davanti allo zuccu-falò e molti vicini venivano a curiosare e a fare i complimenti per la tanta legna accumulata.

fulippazzu2Fulippazzu era quello che oggi viene definito un emarginato (lui lo era per propria scelta) ma era benvoluto da tutti. Il suo passatempo preferito era uscire con una bottiglia vuota e andare nella putia du vinu, dove la faceva riempire col prezioso succo di uva per poi berlo come più gli aggradava e talvolta, a seconda dell’umore, anche nel giro di poco tempo. Quel suo, inizialmente voluto, passatempo, per affogare nell’alcol i suoi tormenti, lo aveva portato negli anni ad uno stato di semincoscienza, al punto da non capire più se fosse sobrio oppure no, in fondo forse era proprio quello che lui voleva.

La sua vita era stata sconvolta da una tragedia familiare che lo aveva portato a vivere ai margini della società.

Don Fulippu era di statura bassa, i denti quasi tutti l’avevano abbandonato, a quel tempo avrà avuto sessant’anni, ma ne dimostrava molti di più, anche se la sua tempra doveva essere molto forte. Viveva nella casa ad angolo di fronte alla cabina dell’Enel. In realtà più che una casa era una sorta di riparo, infatti, consisteva in uno spazio a cielo aperto, tranne una zona coperta da una tettoia. Non c’erano muri oltre a quelli perimetrali, niente luce, acqua, pavimenti e altri comfort.

Il suo letto era una vecchia auto di colore nero, mentre la sua dispensa era una valigia di quelle di cartone pressato, raccattata in qualche angolo dove qualcuno probabilmente l’aveva abbandonata. Alla casa si accedeva attraverso un grosso portone di legno che Fulippu chiudeva con cura ogni volta che usciva.

Passatempo dei ragazzi di più generazioni era sempre quello di insultarlo chiamandolo a voce alta e aggiungendo: U’mbriacu!

Lui, con tutta la rabbia che provava, li rincorreva a suon di brutte parole, tirando delle pietre e sbagliando la mira volutamente. Il perché sbagliasse la mira col tempo forse l’ho capito o perlomeno ho pensato di dare una valida motivazione, ipotizzando che quello strano gioco, in qualche modo dovesse gratificarlo.

In quel tipo di gioco qualche volta mi sono trovato pure io e dovevo stare più attento degli altri, perché se per caso mi avesse riconosciuto lo avrebbe detto ai miei genitori e poi erano cavoli miei!

Io, infatti, ero tra i pochi ad avere il privilegio di entrare a casa sua.

Io che ogni tanto gli portavo un piatto di pasta su incarico dei miei genitori e che gli potevo parlare e farmi raccontare alcune sue storie di quando era soldato e aveva combattuto in guerra, non ho mai capito se mi sia andata sempre bene o se lui abbia fatto finta di non conoscermi, durante quei giochi-insulto. Fulippu sicuramente amava gli animali, io me lo sono sempre immagino in groppa a un cavallo filare galoppando, e chissà, forse lui avrebbe desiderato averne uno, anche per non smentire il nome che i genitori avevano scelto alla sua nascita.

Unico suo caro amico era Giulio, un cane meticcio che per tanto tempo è stato la sua ombra. Sembrava di assistere a una commedia quando, in particolari situazioni, dialogava con Giulio, che sembrava cogliesse tutto quello che Fulippazzu gli diceva.

Era uno spettacolo vedere Fulippazzu la mattina, quando andava in giro per il paese con quell’impermeabile marrone, di quelli molto leggeri, con la cinta legata stretta alla vita in cui infilava quel manico d’ombrello a mo’ di spada.

Sicilian Talian! Diceva spesso, oppure intonava Lili Marlen, quando il vino cominciava a fare i suoi effetti.

Non lontano dalla casa di Fulippazzu si trovava un’officina.

L’artigiano aveva effettuato un lavoro a un cliente benestante, il quale, rimasto molto contento, gli regalò una bottiglia di marsala all’uovo.

Decidendo di aprire quella bottiglia, chiamò Fulippazzu e lo invitò a bere con lui:

-Fulippu! Veni ‘ccà!

-Chi c’è? Rispose Fulippu.

L’artigiano, prendendo due bicchieri gli disse:

-Vieni, oggi si brinda! E fece il gesto di passargli il bicchiere colmo di marsala.

Fulippu, diffidente per natura, gli disse:

-Prima, vivi tu!

L’artigiano, un po’seccato e risentito, rispose:

-Lo bevo io, ma per te non ce n’è!

Fulippazzu si allontanò brontolando, sussurrando la solita frase:

-Fezza schifezza, Sicilian Talian!

Un lunedi, di buon mattino, Fulippu si reco’ al Municipio e, come un soldato di guardia, si piazzo’ vicino al portone d’ingresso ad aspettare che qualcuno andasse ad aprire.

Il portone odorava di pittura fresca, essendo stato pitturato qualche giorno prima. Alle 8.00 in punto il messo arrivo’ e trovò strano che Fulippu fosse lì ad attenderlo.

-Attentu, Fulippu! Non t’ appuiari no puttuni, ca e’ pitturatu friscu!

-Viri ca nun sugnu ‘mbriacu e u visti ca u puttuni ie’ pitturatu friscu e visti macari ca i manigghi di ramu sunu tutti lordi, e daticcilla na pulizziata!

-Comu mai a quest’ora si cca’? A cu aspetti?, gli chiese il messo.

-Oggi veni ‘u sinnicu? domandò Fulippu.

-Sì, ma viene tardi, ti conviene ritornare dopo. Cercava di persuaderlo il messo, mentre insieme salivano le scale.

-Vabbè, gli disse Fulippu, incurante del consiglio del messo, mentre si avvicinava alla sedia situata nei pressi del gabinetto del primo cittadino, aggiuncendo; vuol dire ca aspettu cca’, picchì ci devo parrari!

Erano quasi le 10.00 e del sindaco nemmeno l’ombra. Fulippu cominciava a spazientirsi, lui, burbero per carattere, non dialogava con chiunque, per cui quell’attesa doveva sembrargli interminabile e cominciò a fare avanti e indietro nel corridoio.

Sicuramente anche il fatto che quella mattina non aveva ancora bevuto lo rendeva nervoso, ma ormai aveva deciso: quel giorno doveva parlare col sindaco e, nonostante in tanti gli consigliassero di tornare dopo, Fulippu, intransigente, continuo’ la sua snervante attesa insieme ad altri concittadini, che avevano anche loro necessità di parlare al sindaco.

Finalmente, dopo un po’, il sindaco arrivò.

-Buongiorno. Gli disse il messo.

-Il primo è Fulippu signor sindaco, è qui da stamattina alle 8.00.

-Ciau Fulippu, trasi trasi, chi c’e, veni cca’.

-Ciau, gli disse Fulippu, chiamandolo per nome e dandogli del tu in modo confidenziale, poiché i due si conoscevano da ragazzi.

-No, non trasu, ti devo dire solo una cosa e te la dico qui, non ti voglio fari perdiri tempu, cu tutti i to chiffari importanti ca ci hai.

-Tu si amicu miu e mi hai promesso che mi facevi prendere ‘a pensioni, perché dicono ca mi spetta, io fino a oggi non ho visto niente. Fossi aspettunu ca moru ppi darimmilla…

-Ciao!, aggiunse, e si congedò senza dire e senza ascoltare altro. Abbassò la testa e fece la solita espressione chiudendo la bocca, che per mancanza dei denti, faceva arrivare il labbro inferiore vicino alle narici.

Se crere ca mi fazzu u sangu amaru… se crere ca ‘mpazziscu e appoi mi sparu… chella là, chellallaaaà…

Pippinu, il fioraio, interruppe il concertino di Fulippu, quel pomeriggio.

-Fulippu! Fulippu! Iapri ca t’ha a diri na cosa!

-Aspetta Pippinu, staiu vinennu!

-Ciau Fulippu.

-Ciau Pippinu. Chi voi?

-Vedi che domani alle tre e mezza c’e’ ‘u funerali, perciò non bere, così puoi lavorare.

A quei tempi, a Riposto e non solo, nei funerali, solitamente le ghirlande venivano portate a mano da due persone e Fulippu veniva chiamato spesso da Pippinu e da altri fiorai per fare quel servizio che gli permetteva di guadagnare qualcosa.

-Vabbe’, allora ni viremu dumani, ti aspetto o simafuru ‘ndo chianu. Alle tre ti passo a prendere. Non te lo scordare Fulippu, e non bere, u capisti, gli raccomandò don Peppino.

-Sì, sì, non mu scordu, u capii: e tri sugnu o simafuru e tu non ti scuddari ca ancora avanzu i soldi da vota scorsa! Gli disse Fulippu, prima di rientrare.

Come mi dispiace non esserci stato quella domenica, quando Fulippu mangio’ a casa nostra! Io non c’ero, ero fuori per lavoro. Quando ancora oggi si parla di quel pranzo, io, con un po’ di malinconia, penso tra me:

Che peccato non aver potuto pranzare con quell’ospite così speciale…

Fezza schifezza, Sicilian Talian!

Don Fulippo riposa nel cimitero di Acireale. In questa cittadina Fulippazzu trascorse l’ultimo periodo della sua vita, venne ospitato in un casa di riposo per anziani grazie all’interessamento di persone che gli volevano bene. Io un giorno lo rividi, era venuto nella sua amata Riposto per passarci qualche ora, poi sarebbe dovuto ritornare ad Acireale nella casa di riposo che lo ospitava. Quella volta stentai a riconoscerlo, don Fulippu era sobrio e ben vestito ma i suoi occhi erano tristi e quello mi dispiacque molto, in quel momento avrei voluto nascondermi dietro l’angolo e gridargli: Fulippazzu u’mbriacu! Avrei voluto che lui raccattasse delle pietre per scagliarmele contro, tanto sapevo che non mi avrebbe colpito e che come al solito avrebbe sbagliato la mira, ma quel gioco non si poteva più fare, quel Fulippazzu non esisteva più! Quella fu una delle ultime volte che io vidi don Filippo, quando capita di parlare di Fulippazzu un velo di malinconia mi cattura.

Don Fulippo sono davvero onorato di averla avuto come vicino di casa e di averla conosciuta… Fezza schifezza, Sicilian Talian!

Salvatore Musumeci

Su autorizzazione dell’autore.

Foto reperite sul gruppo facebook Sei di riposto se…

Archivio Fotografico

PALIO DELLE BOTTI DI EUSTACHIO

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Video

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