Serata di inizio Estate a cura del comitato festeggiamenti Parrocchia Maria ss. del Carmelo Riposto

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La Riposto dei ricordi

A cura del collezionista ripostese Gaetano Cannavò

La Riposto dei ricordi

porto in costruzione 1925 circa

Piazza S. Pietro 1920 c.a.

Corso Umberto (oggi Corso Gramsci) vista da p.zza San Pietro

Panorama dal porto. 1925 c.a.

Portici municipio

Piazza S. Pietro fine anni '30

Corso Vittorio E. oggi corso Italia 1930

P.zza dello Statuto (oggi Villa Pantano) 1925 c.a.

http://Via%20Cavour%201930%20c.a.

Via Cavour 1930 c.a.

panorama 1925 c.a.

P.zza del commercio ed Istituto nautico 1925 c.a.


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Chiesa M. ss. Rosario Torre Archirafi

palazzo natoli (vigo)Intorno al 1720 francesco Natoli, compra delle terre a Torre Archirafi e fa iniziare la costruzione dell’attuale palazzo con l’arco; contemporaneamente inizia la costruzione di una cappella annessa al palazzo.

Il 14 maggio 1741 Giovanni Natoli Ruffo completa la chiesetta e scrive la seguente epigrafe:

“Marie optimae maximae pepetuae mamertinorum tutelari saeculo XVIII acceptae epistolae surgente aedem hanc quam hocrure ducatus titulo insignito Franciscus Natoli De Alifia Sperlingae princips priusquam fato cederet erigendam curavit menti patris adhaerens Ioannes Filius erexit perfecit dotavit”

Questa cappella che, prima di morire, fece sorgere a Maria ottima massima ed eterna protettrice dei messinesi, agli inizi del secolo XVIII dopo che ricevettero la lettera, il principe di Sperlinga Francesco Natoli di Alifia, in questo contado inisignito del titolo di ducato, il figlio Giovanni, in armonia con la volontà paterna, la costrui, la completò e la dotò(trad. Santi Correnti).

Nel 1743 la chiesa viene consacrata e nel 1840 la cappella viene ampliata.

palazzovigoNel 1900 la chiesa viene ampliata con una navata laterale sul terreno donato dai machesi Vigo di Gallodoro (ex proprietari, oggi il palazzo è di proprietà comunale).

Nel 1922 la Chiesa di Torre Archirafi diviene parrocchia e viene dedicata alla Madonna del Rosario.

 

 

 

 

Fonte: Le Chiese di Riposto. Mario Giannetto


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Chiesa dell’Addolorata e l’orfanotrofio

La costruzione della chiesa dell’addolorata(a badia) è strettamente legata alla costruzione dell’orfanotrofio di Riposto voluto dal sac. don Carmelo Grassi fu Antonio che nel 1811 chiese al Re di erigere un orfanotrofio per “…ricevere le donzelle orfane… che vanno raminghe e sono esposte agli insulti della spietata gioventu…”

Il 28/12/1813 con rogito del notaio Giuseppe Pappalardo di Mascali(Ct) viene fondato l’orfanotrofio. Una serie di lasciti in denaro e di beni immobili permettono l’avvio della sua costruzione.

L’8 marzo 1813 l’Arcivescovo di Messina concede licenza di “dire messa” nella cappella dell’Orfanotrofio. Il 13 aprile 1839 con atto fatto dal notaio Don Rosario di Mauro viene acquistato da Carmelo Grassi fu Antonio, da don Gioacchino Savona, da don Giuseppe Guarriera il terreno per la costruzione della Chiesa dell’addolorata.

L’11 marzo 1847 il vicario dell’orfanotrofio sac. Francesco Scavino acquista un podere ad oriente, occidente e settentrione dell’orfanotrofio ed inizia la costruzione dell’attuale chiesa dell’Addolorata su progetto dell’ing. Vincenzo Musumeci Scipione architetto del comune di Giarre (Ct).

Il 1 gennaio 1882 suor Maria Nazareno Barbagallo si insedia presso l’orfanotrofio

Il 10 Aprile 1883 si compila lo statuto organico dell’orfanotrofio che assume la denominazione dell'”addolorata” , statuto approvato da Re Umberto I e controfirmato dal segretario di Stato per l’interno On. Agostino De Pretis il 27 agosto 1883.

badia 1910 circa

Badia 1910 circa

Le “addoloratine”, cosi venivano chiamate le suore che operavano presso l’orfanotrofio, prestarono la loro opera presumibilmente fino al 1889. Dal 1900 al 1907 vengono sostituite dalle Suore Alcantarine. In seguito, dal 1907 al 1914 vi si insediarono le suore di Sant’Anna.

Dal 1914 ad oggi le suore dell’apostolato cattolico (suore pallottine).

La chiesa venne completata con grande contributo della popolazione del suo campanile nel suore alcantarine1930; si restaurò il prospetto della chiesa e si fusero 2 campane in bronzo.

L’orfanotrofio riconosciuto IPAB (istituzione di pubblica assistenza e beneficenza) con D.P. n° 478 del 14 luglio 1988.

A cominciare al 2004 il C.d.A. guidato dal Sig. Leotta Ivan  ha intrapreso l’iter istruttorio per la riqualificazione dei servizi in coerenza con i più recenti indirizzi di sussidiarietà e di responsabilità del Welfare avviato in Sicilia e in rapporto diretto ai bisogni sociali espressi dal nostro territorio di riferimento. Così nel febbraio 2005 il C.d.a. ha avviato la riconversione da istituto di ricovero a Comunità alloggio, sia nella struttura sia nella qualità di erogazione dei servizi realizzando un appartamento dove oggi è ospitata la Comunità alloggio, ottenendo l’iscrizione all’albo regionale (l.22/86). Inoltre, con D.P. n° 376/SER 4/S.G. del 10.08.2007 ha ottenuto l’approvazione del nuovo statuto organico e della nuova denominazione di “Centro Servizi alla Persona Maria SS. Addolorata”.

La chiesa dell'Addolorata oggi

La chiesa dell’Addolorata oggi

 

 

La chiesa dell’addolorata, di proprietà dell’IPAB,aperta al culto è visitabile su richiesta, quando non aperta per le funzioni religiose, rivolgendo la richiesta in loco presso l’IPAB o al numero telefonico 0959300754

 

 

 

Fonte:sito web ipab www.ipab-riposto.com 

Mario Giannetto – Le Chiese di Riposto

 


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Gli eroi del Sacro Cuore

sacrocuoreDurante un tremendo fortunale, abbattutosi sulla costa jonica il 26 marzo 1933, il piroscafo Sacro Cuore di Torre del Greco, carico di grano, ruppe gli ormeggi e perse due ancore, divenendo ingovernabile.

L’equipaggio, composto da tredici persone, corse un pericolo mortale, se non fosse stato per sei marinai ripostesi, che nonostante la furiosissima tempesta, andarono a salvarli; e li salvarono, a rischio della loro vita, ricusando qualsiasi ricompensa.sacro cuore arenato

I naufraghi, in segno di gratitudine, regalarono la campana di bordo del Sacro Cuore, poi arenatosi sulla spiaggia di Riposto, alla chiesa del Carmine:nei cui pressi, nel 1995, ho fatto porre una lapide, per ricordare i nome di questi sei oscuri eroi ripostesi.

ARCIDIACONO AGOSTINO
AUDITORE LEONARDO
AUDITORE SEBASTIANO
GELSI ANTONINO
MARINO TITO CARMELO
PAPPALARDO LEONARDO

eroesacrocureo1 eroe sacrocuore6 eroe sacrocuore5 eroe sacrocuore4 eroe sacrocuore3 eroe sacrocuore2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte:Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità della Sicilia di Santi Correnti (Newton Compton editori)

 

 

 

 

 

 

 

 


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La Famiglia Pasini

I Pasini emigrarono anche nel sud Italia, si narra difatti, che nel secolo XVIII una potente famiglia veneziana, i Pasini, s’era stabilita ad Acireale, nei pressi di Catania, ed in poco tempo aveva accumulato un’immensa distesa terriera a sud-ovest del “torrente Jungo”. I Pasini, illuminati amministratori, operarono nella zona una politica di popolamento e svilupparono l’insediamento sparso, attirando manodopera e favorendo la formazione di piccole fattorie. Costruirono nel 1725, a sud dello “Jungo” una loro casa di campagna a cui doveva far capo il secondo nucleo dell’antica Riposto, che prese nome “Scariceddu” (piccolo scalo) per distinguerlo da quello già esistente.

cartina scariceddu

Avvenuta l’unità d’Italia, le condizioni economiche e sociali di Riposto miglioravano sempre più con l’affermarsi di una grossa flotta di velieri e da pesca nonché con lo svilupparsi dei suoi già famosi cantieri navali e con l’opera di costruzione del porto. In questo periodo vennero anche avviate la costruzione di numerose ed importanti opere pubbliche. La costruzione della Chiesa del Carmine, richiesta sin dall’agosto del 1853 dalla nobile signora Rosaria Pasini, devota della Madonna della Mercede, all’allora Sindaco di Riposto G. Fichera. Il Sindaco rispose positivamente nel 1863, così i figli della signora Rosaria; Stefano e Biagio Pasini dei Baroni di Malroveto donarono la loro cantina sita nel quartiere “Scaricello”, che nel 1868 fu demolita per costruire la nuova chiesa intitolata alla Madonna del Carmine. (La denominazione della chiesa si dovette al seguente episodio: mentre i lavori erano in corso, un operaio cadde da un’altissima impalcatura e, invocando la Madonna del Carmine, nella caduta, si ritrovò indenne in una fossa piena di calce spenta).

foto pasini1 foto pasini2Sempre a Riposto, tra Largo Pasini e via Gramsci, nel quartiere Scaricello, troviamo una delle costruzioni signorili locali piu’ antiche, il Palazzo Pasini, costruito nel ‘700 dall’omonima famiglia che, secondo quanto scritto invece dall’Associazione Aziende Agrituristiche e turistico rurali del territorio ionico etneo, pare che invece sia stata di origine genovese e non veneziana. Il palazzo(faceva parte di un vasto fondo agricolo, lottizzato nel secolo successivo) oggi ristrutturato è un’abitazione privata e quindi non visitabile.

Comunque è possibile ammirare la maestosità della costruzione e della sua facciata.

Gli stessi Pasini donarono il magazzino dove sorge l’attuale Chiesa del Carmine.5chiesa_del_carmelo_prospetto_principale_t

 

 

 


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ARAZIU STRANU (Orazio Strano)

Orazio Strano: mitica voce della Sicilia
di Santi Correnti
orazio strano3Il 16 dicembre 1981, all’età di 77 anni, è scomparso a Riposto (Catania) colui che era unanimemente considerato il maestro dei cantastorie siciliani, Orazio Strano. La terra siciliana è sempre stata feconda matrice di poesia; e i nostri antichi, che lo sapevano, proclamavano che cu voli pusìa vegna ‘n Sicilia – ca porta la bannéra di vittoria – canti e canzuni n’avi a centumilia. Con il riposte. Orazio Strano la poesia sicilia-na non solo ha confermato la sua tradizione, ma non ha atteso di essere scoperta nel suo luogo d’origine, perché ha varcato i suoi limiti geografici e si è imposta trionfalmente in tutta Italia, dando al suo cantore ambitissimi riconoscimenti. Orazio Strano è stato infatti proclamato «Trovatore d’Italia» nella sagra nazionale dei cantastorie tenutasi a Grazzano Visconti nel 1960; ha mantenuto lo stesso titolo nel 1962 a Castell’Arquato; e nel 1964 a Monticelli è stato addirittura riconosciuto come «Maestro dei cantastorie d’Italia», e considerato pertanto fuori concorso.

Non è da stupirsi di queste manifestazioni di pubblico riconoscimento ottenute da Orazio Strano, perché critici assai qualifi-cati, così come il popolo di molte piazze d’Italia, hanno gradito i suoi canti e la sua recitazione in modo davvero lusinghiero, dando di lui giudizi di cui c’è da andare veramente fieri. Nel 1956, dopo una memorabile tournée di undici giorni al Piccolo Teatro di Milano in cui Orazio Strano apparve incontrastabilmente il migliore dei menestrelli in campo -e c’erano artisti che risponde-vano al nome di Ciccio Busacca, Ciccio Platania e Ignazio Buttitta, cioé appartenenti alla migliore tradizione poetica sicilia-na – egli fu lodato unanimemente dai critici; e lo stesso Salvatore Quasimodo, premio Nobel 1959 per la letteratura, ha scritto che Orazio Strano è «il più mordente, tradizionalista, esperto di tecni-ca degli aedi siciliani». Valerio Riva ha riconosciuto che Orazio Strano è poeta scaltrito e raffinato, e possiede una tavolozza di colori e di sfumature assai più alta dei suoi colleghi, perché sa pas-sare dal bozzetto sentimentale all’epodo, dal drammone alla frot-tola, dalla sestina epica all’ottonario, dall’ottava ariostesca all’epigramma e alla canzonetta. Il critico della rivista «Settimo giorno» osservò che Orazio Strano sapeva passare dal parlato al canto senza soluzione di continuità, con una coerenza di linguaggio che farebbe invidia ad un operista moderno. E Roberto De Monticelli, in una nota apparsa sul quotidiano milanese «Il Giorno», ha dichiarato su quel giornale che fra i cantastorie sici-liani Orazio Strano è il più illustre ed antico, e che ha «una faccia di operaio anziano, come toccata da una tenerezza, ma l’arco delle sopracciglia, nero e lucente sulla fronte grigia, fa la stessa curva del sole da un capo all’altro dell’Isola, lungo la giornata; ed ha una voce forte, morbida e scura, del colore delle casse dei mandolini… Come canta, gli si accendono, una di qua e una di là, due scintil-le di zolfo negli occhi». Orazio Strano merita questi giudizi lusinghieri. Come io scrissi nel 1958, nel suo canto ora allegro e spensierato e motteggiatore, ora malinconico e dolente e lacrimante, vibrano tutti i mille e mille toni delle corde del nostro cuore di isolani. Egli canta appassionatamente la Sicilia e la sua gente in Misteri e cosi sicilia-ni sorride dell’eterno contrasto di uomini e donne, racconta fat-tacci di cronaca nera che abbiano avuto particolare risonanza tra la nostra gente, come lo sconvolgente assassinio del presidente Kennedy, e si libra sulle ali della pura lirica nelle canzoni di amore e di gelosia, e in quelle di sdegnu e di sintimentu. La sua produ-zione più interessante (anche perché, nelle opere scritte in colla-borazione con il poeta mascalese Turiddu Bella, è da considerare un epigono dei canti amebei di Teocrito e di Virgilio) è racchiusa in un opuscolo ormai raro, Lu cantastorii sicilianu. È una lettura rasserenante; il poeta lo sa, e come il pirandelliano Liolà ci dice: Buttitta, cioé appartenenti alla migliore tradizione poetica siciliana egli fu lodato unanimemente dai critici; e lo stesso Salvatore Quasimodo, premio Nobel 1959 per la letteratura, ha scritto che Orazio Strano è «il più mordente, tradizionalista, esperto di tecni-ca degli aedi siciliani». Valerio Riva ha riconosciuto che Orazio Strano è poeta scaltrito e raffinato, e possiede una tavolozza di colori e di sfumature assai più alta dei suoi colleghi, perché sa pas-sare dal bozzetto sentimentale all’epodo, dal drammone alla frottola, dalla sestina epica all’ottonario, dall’ottava ariostesca all’epigramma e alla canzonetta. Il critico della rivista «Settimo giorno» osservò che Orazio Strano sapeva passare dal parlato al canto senza soluzione di continuità, con una coerenza di linguag-gio che farebbe invidia ad un operista moderno. E Roberto De Monticelli, in una nota apparsa sul quotidiano milanese «Il Giorno», ha dichiarato su quel giornale che fra i cantastorie sici-liani Orazio Strano è il più illustre ed antico, e che ha «una faccia di operaio anziano, come toccata da una tenerezza, ma l’arco delle sopracciglia, nero e lucente sulla fronte grigia, fa la stessa curva del sole da un capo all’altro dell’Isola, lungo la giornata; ed ha una voce forte, morbida e scura, del colore delle casse dei mandolini… Come canta, gli si accendono, una di qua e una di là, due scintil-le di zolfo negli occhi». Orazio Strano merita questi giudizi lusinghieri. Come io scrissi nel 1958, nel suo canto ora allegro e spensierato e motteggiatore, ora malinconico e dolente e lacrimante, vibrano tutti i mille e mille toni delle corde del nostro cuore di isolani. Egli canta appassionatamente la Sicilia e la sua gente in Misteri e cosi siciliani sorride dell’eterno contrasto di uomini e donne, racconta fattacci di cronaca nera che abbiano avuto particolare risonanza tra la nostra gente, come lo sconvolgente assassinio del presidente Kennedy, e si libra sulle ali della pura lirica nelle canzoni di amore e di gelosia, e in quelle di sdegnu e di sintimentu. La sua produ-zione più interessante (anche perché, nelle opere scritte in colla-borazione con il poeta mascalese Turiddu Bella, è da considerare un epigono dei canti amebei di Teocrito e di Virgilio) è racchiusa in un opuscolo ormai raro, Lu cantastorii sicilianu. È una lettura rasserenante; il poeta lo sa, e come il pirandelliano Liolà ci dice: Litturi, lu tè cori si cunsòla Cu sti canzuni fatti ‘i sta manéra: Cantàri li poi tu a la campagnola, A sturnelli, e macari: ‘a carrittera.,…
Il suo canto acquista un particolare valore quando pensia-mo da quale corpo rattrappito e sofferente esso si levi, perché Orazio Strano, nato a Riposto nel 1904, fu colpito a 22 anni, mentre prestava servizio militare in Marina, da artrite reumatica deformante; e per parecchi decenni ha sofferto li peni di Cainu, come egli dice nel suo poemetto La me vita pinusa in cui, dolorosamente poetando, egli afferma che

La mala sorti la porto di ‘ncoddu, Como un turciuni lacrimìu e squagghiu; Cchiú tempo passa e di cchiú m’arrimoddu, Pirchf cummattu sempri, notti e jornu, Ccu trívuli malanni e cu fiustornu!

Il canto di Orazio ,Strano ci appare pertanto nella luce profondamente umana di una vittoria dello spirito sulla materia, di un simbolico trionfo della poesia sul dolore. La sua vita è stata un continuo e ostinato affermarsi del suo spirito sul male fisico, in un faticoso ma costante progresso: dall’asinello sardo e dal car-rozzino con cui si trascinava in tutte le piazze del Meridione è pas-sato alla «Balilla tre marce» e poi a macchine più moderne e confortevoli; dalla chitarra è passato al microfono e al registratore; la sua voce è incisa in dischi (del solo poemetto Giuliano, re dei briganti, con versi di Turiddu Bella, si sono fatte 17 edizioni, con la vendita di oltre 150.000 dischi) e trasmessa dalla radio; ed io stesso ho avuto il piacere di ascoltarla a New York nelle trasmissioni di Lucio Basco; la sua figura è apparsa anche sugli schermi della nostra televisione. Se Riposto ha onorato il suo migliore poeta, ha fatto davvero bene, perché la vita di Orazio Strano è anche un esempio di volontà tenace e di dedizione all’arte; ed il suo nome sarà sempre ricco di significato per chi studierà la sto-ria della cultura locale, perché egli non soltanto è valido come poeta e come interprete dell’anima popolare, ma con la sua tenace volontà di vita ha sublimato la sua arte; e l’onore che gli è stato tributato dalle autorità e dal popolo ha voluto premiare non solo l’artista, ma anche l’uomo con l’offerta di una simbolica medaglia d’oro nel 1966. Una sincera e devota amicizia mi legava a lui. Lo onorai in vita parecchie volte, scrivendo per lui articoli pubblicati dal quo-tidiano «La Sicilia» di Catania nel 1958 e nel 1966, ed inserendo un saggio che lo riguardava nel mio libro Storia e folklore di Sicilia (Milano, Mursia 1975, pp. 157-159). Egli ricambiava questa mia affezione nella maniera più a lui congeniale, e cioé in poesia; nel 1968 mi dedicò una lirica, in cui mi chiamava «albero forte e gigante» della cultura siciliana, e concludeva così le sue vibranti ottave a me rivolte

sì ferru, e mi ti smancia non cè lima, cu ti canusci, t’apprezza e ti ama, di l’arti vera sì la megghiu cima, arvulu forti e giganti ti chiama!

e nel 1973, in occasione del mio quarantanovesimo compleanno, mi indirizzava questo affettuoso sonetto, in cui ricordava la nostra natia Riposto, cui egli era attaccatissimo, e nella sua bontà mi chiamava «uomo di talento»

Quannu-nascistu, omu di talentu, purtastu ‘n casa vostra l’armunia; li vostri ginituri a ddu mumentu pruvaru la cchiù gioia ca ci sta; pirchì capìu lu so’ sintimentu chítidu ca un ghlornu sta figghiu sarla, e di fatta vinistu gran purtentu, scritturi ricca assai di fantasia. Critica d’arti `maculatu e tostonessunu scappa sutta di stu lazzu vui ‘nta lu criticari siti appostu.

Ora milli auguri vi fazzu
figghiu fidili di Ripostu
ca ‘nta Catania truvastu lu jazzu !

dicendo cioé che io avevo trovato la mia vera sede di attività a Catania come è nella realtà.
Dando notizia della sua morte, lo scrittore Giuseppe Di Bernardo, nell’articolo intitolato Il gran cuore di Sicilia, apparso su «La Sicilia» del 18 dicembre 1981, lo ha chiamato «la voce mitica della Sicilia popolare, il più grande cantastorie di tutti i tempi» ed ha giustamente affermato che «con lui muore il cuore della Sicilia antica, della quale Orazio Strano ha cantato, riallacciandosi alla cronaca di ogni giorno, ed in essa trasfondendo gli slanci lirici della sua anima di poeta delicatissimo, il più struggente tormento, i desolanti abissi della condizione popolare, i sentimenti della gente comune». Non per nulla Orazio Strano aveva detto di voler cantare così la sua terra:

Vogghiu laudari ccu li me canzuni la terra mia ca vogghiu tantu beni, l’omini forti Corna li liuni, li donni beddi coma li sireni, e zoccu c’è in Sicilia macari, lu suli d’ora, lu cela e la mari…

e con questa visione nel cuore egli è salito al cielo dei poeti.

 

FONTE:Orazio Strano: mitica voce della Sicilia
di Santi Correnti

Un ringraziamento alla figlia Maria Strano per la cortese collaborazione.


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Parco delle kentie

IL GIARDINO

parco delle kentie 4Si tratta di un’area di 9000 mq con superficie pianeggiante, irregolarmente triangolare, che ricade all’interno del territorio urbano.
Il substrato, denominato localmente chiancone, è d’origine alluvionale ed è costituito da un complesso detritico-clastico derivato dallo smantellamento di antichi centri eruttivi.
Il bioclima è di tipo termomediterraneo subumido con ampio deficit idrico nei mesi estivi. Il giardino, che insiste sull’area occupata fino agli anni Sessanta dai vivai del Giardino Allegra, deve il suo nome alla presenza in piena terra di 100 esemplari di Howea forsteriana Becc., alti fino a 10 m, che risalgono ai primi del Novecento e costituiscono un ambiente unico nel territorio regionale. Con l’esigenza di conservare e ampliare questo patrimonio, rendendolo fruibile dal punto di vista culturale e didattico, il Comune di Riposto ha affidato, con un’apposita convenzione, l’organizzazione e la gestione scientifica di tale area al Dipartimento di Botanica dell’Università di Catania.parco delle kentie 3
Data la singolarità dell’impianto, il giardino è stato destinato unicamente alla coltivazione di Palme e, pertanto, arricchito con altre 70 differenti specie, in massima parte ubicate all’aperto grazie alle favorevoli condizioni climatiche.
La ricchezza di tale collezione, unitamente al suo carattere esclusivo per il territorio etneo, offre ai visitatori un esempio della straordinaria varietà, morfologica ed ecologica, che contraddistingue una delle più grandi e complesse famiglie di piante, di rilevante interesse ornamentale ed economico.

 

E’ possobile inoltre, previo appuntamento visitare il Museo del parco che contiene un erbario e dei fossili.

Inoltre è stata predisposta una sezione multimediale ed una sezione didattica.

Per maggiori informazioni collegarsi al sito:

http://www.dipbot.unict.it/kentie/

Fonte: www.dipbot.unict.it/Kentie

Su autorizzazione del Dott. Pietro Pavone.

 

 

 

 

 


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Basilica Minore San Pietro

chiesa_san_pietro_riposto

La costruzione della Chiesa Madre iniziò nel 1808 con Decreto Reale di Re Ferdinando I di Borbone ed aperta al culto nel 1818. L’ artistica e monumentale facciata , realizzata in pietra bianca di Comiso , imita quella dell’ Arcibasilica S. Giovanni in Laterano di Roma. Nella loggia centrale della facciata si può ammirare la “Croce Lampada” , posta a ricordo dei caduti di tutte le guerre il giorno di Pasqua dell’anno 1924 , costruita su progetto dall’architetto ripostese Raffaele Leone. All’interno si possono ammirare : nella navata centrale l’artistico pulpito in stile rinascimentale , una delle migliori opere dell’architetto Sada.navata centrale san pietro L’altare maggiore è sormontato da un grande organo polifonico dell’anno 1879, secondo costruito in Sicilia dopo quello di Catania , l’altare si completa con un Coro in legno di noce costruito dagli artigiani ripostesi Rosario Scalia e Salvatore Alessi nell’anno 1890. Nelle navate di sinistra e di destra si possono ammirare tele dei pittori : Desiderato Matteo , Francesco Mancini Ardizzone ,Paolo Finocchiaro ,Giuseppe Zacco , Vincenzo Pittecco e Antonino Bonaccorsi. Nella navata sinistra , in particolare , un altare marmoreo dedicato a S. Antonio da Padova nella cui nicchia vi è posta la statua del Santo. cappella san pietro RipostoNella navata destra si trova la Cappella dedicata a S. Pietro (Patrono di Riposto) decorata su progetto dell’architetto ripostese Raffaele Leone nel cui interno si trova la statua lignea , di scuola napoletana , del Santo realizzata nel 1884.

San Pietro, santo patrono della città si festeggia il 29 giugno.