Un atto d’amore verso la nostra Riposto. Video di Pietro Redi

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La Riposto dei ricordi

A cura del collezionista ripostese Gaetano Cannavò

La Riposto dei ricordi

porto in costruzione 1925 circa

Piazza S. Pietro 1920 c.a.

Corso Umberto (oggi Corso Gramsci) vista da p.zza San Pietro

Panorama dal porto. 1925 c.a.

Portici municipio

Piazza S. Pietro fine anni '30

Corso Vittorio E. oggi corso Italia 1930

P.zza dello Statuto (oggi Villa Pantano) 1925 c.a.

http://Via%20Cavour%201930%20c.a.

Via Cavour 1930 c.a.

panorama 1925 c.a.

P.zza del commercio ed Istituto nautico 1925 c.a.


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Chiesa dell’Addolorata e l’orfanotrofio

La costruzione della chiesa dell’addolorata(a badia) è strettamente legata alla costruzione dell’orfanotrofio di Riposto voluto dal sac. don Carmelo Grassi fu Antonio che nel 1811 chiese al Re di erigere un orfanotrofio per “…ricevere le donzelle orfane… che vanno raminghe e sono esposte agli insulti della spietata gioventu…”

Il 28/12/1813 con rogito del notaio Giuseppe Pappalardo di Mascali(Ct) viene fondato l’orfanotrofio. Una serie di lasciti in denaro e di beni immobili permettono l’avvio della sua costruzione.

L’8 marzo 1813 l’Arcivescovo di Messina concede licenza di “dire messa” nella cappella dell’Orfanotrofio. Il 13 aprile 1839 con atto fatto dal notaio Don Rosario di Mauro viene acquistato da Carmelo Grassi fu Antonio, da don Gioacchino Savona, da don Giuseppe Guarriera il terreno per la costruzione della Chiesa dell’addolorata.

L’11 marzo 1847 il vicario dell’orfanotrofio sac. Francesco Scavino acquista un podere ad oriente, occidente e settentrione dell’orfanotrofio ed inizia la costruzione dell’attuale chiesa dell’Addolorata su progetto dell’ing. Vincenzo Musumeci Scipione architetto del comune di Giarre (Ct).

Il 1 gennaio 1882 suor Maria Nazareno Barbagallo si insedia presso l’orfanotrofio

Il 10 Aprile 1883 si compila lo statuto organico dell’orfanotrofio che assume la denominazione dell'”addolorata” , statuto approvato da Re Umberto I e controfirmato dal segretario di Stato per l’interno On. Agostino De Pretis il 27 agosto 1883.

badia 1910 circa

Badia 1910 circa

Le “addoloratine”, cosi venivano chiamate le suore che operavano presso l’orfanotrofio, prestarono la loro opera presumibilmente fino al 1889. Dal 1900 al 1907 vengono sostituite dalle Suore Alcantarine. In seguito, dal 1907 al 1914 vi si insediarono le suore di Sant’Anna.

Dal 1914 ad oggi le suore dell’apostolato cattolico (suore pallottine).

La chiesa venne completata con grande contributo della popolazione del suo campanile nel suore alcantarine1930; si restaurò il prospetto della chiesa e si fusero 2 campane in bronzo.

L’orfanotrofio riconosciuto IPAB (istituzione di pubblica assistenza e beneficenza) con D.P. n° 478 del 14 luglio 1988.

A cominciare al 2004 il C.d.A. guidato dal Sig. Leotta Ivan  ha intrapreso l’iter istruttorio per la riqualificazione dei servizi in coerenza con i più recenti indirizzi di sussidiarietà e di responsabilità del Welfare avviato in Sicilia e in rapporto diretto ai bisogni sociali espressi dal nostro territorio di riferimento. Così nel febbraio 2005 il C.d.a. ha avviato la riconversione da istituto di ricovero a Comunità alloggio, sia nella struttura sia nella qualità di erogazione dei servizi realizzando un appartamento dove oggi è ospitata la Comunità alloggio, ottenendo l’iscrizione all’albo regionale (l.22/86). Inoltre, con D.P. n° 376/SER 4/S.G. del 10.08.2007 ha ottenuto l’approvazione del nuovo statuto organico e della nuova denominazione di “Centro Servizi alla Persona Maria SS. Addolorata”.

La chiesa dell'Addolorata oggi

La chiesa dell’Addolorata oggi

 

 

La chiesa dell’addolorata, di proprietà dell’IPAB,aperta al culto è visitabile su richiesta, quando non aperta per le funzioni religiose, rivolgendo la richiesta in loco presso l’IPAB o al numero telefonico 0959300754

 

 

 

Fonte:sito web ipab www.ipab-riposto.com 

Mario Giannetto – Le Chiese di Riposto

 


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Spaghetti cchi pateddi (spaghetti con le patelle)

padelleLe patelle sono molluschi dotati di una conchiglia conica, sottile, dal contorno grossolanamente ovale. Vivono su substrati rocciosi soggetti a periodiche variazioni della marea.

 

 

 

 

Ingredienti per 4 persone:

  • 1 kg di patelle
  • 400gr. di spaghetti
  • 4 spicchi di aglio
  • 1 bicchiere di vino bianco
  • 4 pomodorini
  •  un bel ciuffo di prezzemolo tritato
  • peperoncino, olio sale e pepe q.b.

 

Procedimento:

1) In un tegame poniamo le patelle e il bicchiere di vino bianco copriamo con un coperchio e a fuoco vivace lasciamo cuocere per qualche minuto. Otterremo il doppio effetto di sfumare le patelle con il vino e di separare il mollusco dalla buccia. Sarà sufficiente togliere le bucce già staccate ad una ad una. Operazione che durerà, in questo modo qualche attimo.
2) A questo punto facciamo soffriggere in padella con olio di oliva extra vergine i quattro spicchi di aglio sminuzzati con il peperoncino e appena dorati facciamo ammollare nel soffritto i pomodorini con l’ausilio di mezzo bicchiere di acqua (operazione che richiederà qualche minuto) e subito dopo mettiamo le patelle.
3) Facciamo cuocere per qualche minuto e a fuoco spento mettiamo il prezzemolo tritato.
4) Scoliamo gli spaghetti al dente e li facciamo saltare in padella per qualche secondo.
5) Serviamo con una grattugiata, al momento, di pepe nero.

 

 

spaghetti padelle pronti


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L’Istituto Tecnico Nautico

nautico oggi

L’Istituto Tecnico Nautico è nato con Riposto ed è espressione della cittadina di Riposto, in quanto strettamente legato al tessuto connettivo della cittadina ed alla sua crescita culturale e sociale.

istituto nauticoÈ tra le più antiche scuole nautiche di Italia. Ferdinando I di Borbone, il famoso re nasone, con Reale Iscritto datato 12 febbraio 1820 istituiva a Riposto una scuola nautica per capitani di cabotaggio e d’altura, che iniziò immediatamente a funzionare sotto la guida del capitano ripostesi Ferdinando Coco che ebbe l’incarico di Lettore Nautico cioè preside ed unico insegnante. In Sicilia questa era la seconda istituzione del genere che sorgeva. Allora infatti vi era il Seminario nautico di Palermo, fondato nel 1788 e nel quale si era diplomato il capitano Ferdinando Coco, divenuto poi docente. Il nautico però non sorgeva per la generosità del re, ma per l’impegno dei commercianti ripostesi che nel 1819 avevano chiesto al governo borbonico l’istituzione di una scuola nautica, obbligandosi al mantenimento della stessa. I commercianti erano guidati da Gaetano De Majo. La scuola nautica funzionò dal 1820 al 1864 ed ebbe un totale di 540 allievi, allora si accettavano solo i figli della gente di mare. La scuola aveva i locali in una casa privata nei pressi della Chiesa dalla Lettera, ed il vicolo dal quale si entrava, si chiama vicolo della Scuola nautica. Si insegnavano aritmetica, algebra, geometrica piana, geometria sferica, navigazione, nozioni della sfera celeste.

Dopo l’Unità d’Italia con decreto del 26 gennaio 1865, la scuola nautica diventa “Scuola Nautica e Costruzione Navale”, aumentava il numero degli insegnanti da uno a quattro, due nominati dallo Stato e due dal Comune. Questa scuola iniziava i corsi nell’anno scolastico 1869/70 e oltre ai sei insegnamenti impartiti dal 1820 vi si insegnarono la lingua italiana, matematica complementare, geografia descrittiva, osservazioni pratiche di meteorologia, nozioni di codice del commercio. In un quadriennio la scuola nautica diplomava ben sessantasei alunni. Nel 1873 con un Regio Decreto la scuola venne elevata a Regio Istituto Nautico, con tre sezioni di capitani di cabotaggio, di lungo corso e di costruttori navali. Quest’ultima sezione fu sostituita nel 1985 con la sezione dei macchinisti navali.

nautico e cafiero

 

Per un cinquantennio, fu preside il matematico e astronomo Federico Cafiero. Nato a Meta, si era trasferito a Riposto poco più che ventenne per assumervi l’incarico di docente di Matematica e Scienze Nautiche e la presidenza. Nell’Istituto Nautico che portava il nome dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, Federico Cafiero istituì un osservatorio meteorologico, che fu poi annesso all’Istituto. Nel 1970, il 24 ottobre, Riposto celebrò il 150° anno della fondazione dell’Istituto. A ricordo dell’evento fu murata un’epigrafe che diceva: “Nel 150° anniversario della fondazione, l’Istituto Nautico di Riposto, trae dal suo operoso e fervido passato, i più lieti auspici dei un migliore e lieto avvenire.”

Dall’Anno Scolastico 2010/2011, a seguito al riordino degli Istituti Tecnici, l’Istituto Tecnico Nautico è diventato un Istituto Tecnico per l’indirizzo Tecnologico con indirizzo Trasporti e Logistica.

L’istituto ospita un importante planetario.

 

Fonte:http://www.iissitnitgipsriposto.gov.it/istituto-tecnico-nautico-l-rizzo/la-storia-itn.html

 


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“Cugnettu” di Alici

Chef Isidoro Messina (3)

Procedimento a cura dello Chef Isidoro Messina

 

 

 

 

E se non ci fossero le acciughe come si farebbe? non le hai ancora salate? allora non ti resta che usare quelle che trovi in commercio…. o segui il procedimento che descrivo.”

 

Procedimento:

  1. Stacca le teste e le interiora alle alici , mettile a scolare con del sale marino per favorire la perdita dei liquidi, lascia riposare per almeno 5/6 ore. Dopo lavale con acqua di mare, fai una miscela di sale, origano e pepe e lava i cugnetti con acqua di mare. Attenzione la alici devono essere freschissime e non devono avere nessun contatto con acqua dolce. Nel caso non riesci a procurarti dell’acqua di mare fai una salamoia.

cugnettu

“Il “cugnetto “(così chiamato nel Ripostese) è un contenitore in terra cotta smaltata e con un tappo in terra cotta grezza che si presta bene per la conservazione delle acciughe, lì accanto ci sono alcune pietre di mare indispensabili per questa operazione.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

disposizione alici2) Disponi le alici nel modo che vedi nella foto, testa coda aggiungi ad ogni strato un pugno di sale aromatizzato, si va avanti così fino a riempire il cugnetto, copri con il tappo di terra cotta, che non si incastri, sopra metti tre pietre piccole e sopra ancora una più grande il tutto deve eguagliare il peso delle alici, questa operazione serve per schiaccire il pesce . Dopo qualche giorno puòi fare dei rabbocchi di pesce aggiungendo altri due o tre strati . Il pesce così salato, schiacciandosi perde i propri liquidi interni e diminuisce di volume. Conservare al buio ed aspettare circa 45 giorni prima di consumare il prodotto.

cugnettu 2

 


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Vavalaggi in guazzetto ( Lumache di mare)

Chef Isidoro Messina (3)

Ricetta a cura dello Chef Isidoro Messina

 

 

 

 

 

 

 

Vavalaggi in guazzetto, chef Isidoro Messina, Torre Archirafi

Vavalaggi in guazzetto, chef Isidoro Messina, Torre Archirafi.

“Sono una cosa strana per alcuni, e se non si sono mai mangiate forse potrebbero far uno strano effetto.I vavalaggi, le lumache di mare che si raccolgono lungo il litorale di Torre Archirafi. Non è un “pasto” perchè dopo mezzora che tiri fuori (mezze) lumache ne hai mangiate pochi grammi, non so nemmeno in che categoria metterle, diciamo comunque  tra i secondi…oserei chiamarlo un passatempo…”

 

 

 

 

Ingredienti:

  • 500g Vavalaggi freschi;
  • 1 Cipolla;
  • 400g pomodori a pezzetti(meglio freschi, ma vanno bene anche i pezzettoni);
  • Sale e pepe q.b.;
  • Pane da inzuppare.

Procedimento:

Rosola della cipolla, aggiungi dei pomodori spezzettati e fai cuocere per alcuni minuti.
Unisci dell’ acqua calda, regola di sale e pepe e porta a bollore, tuffa i vavalaggi e falli cuocere fino a quando la cottura ne esalta il gusto e il profumo, se vuoi aggiungi qualche foglia di prezzemolo o basilico, ma non dimenticare il pane che và inzuppato nel guazzetto. Gusta il tutto con calma, aiutati con un ago o con uno stuzzicadenti per estrarre il piccolo mollusco dalla sua conchiglia, abbina un buon vino rosè leggermente frizzantino, è vai!

I vavalaggi si mangiano cosi:

vavalaggi_lumache-di-mare-al-pomodoro1(come mangiare)

 

 


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Nannàtu ne fogghi di lumia

rosaria patti

Ricetta curata da Rosaria Patti

“piatto unico e completo ricco di sapore e profumi di Sicilia.”

 

Ingredienti:

  • 500gr di neonato;
  • 2 uova;
  • aglio;
  • 1 cucchiaio di farina 00,:
  • 2 cucchiai di parmigiano;
  • prezzemolo.
  • Foglie di limone

Procedimento:

In una ciotola mettere il neonato, nel frattempo in un piatto si sbattono le due uova che andranno aggiunte al neonato.

Tagliare a pezzettini molto piccoli l’aglio, aggiungere il cucchiaio di farina e i due di parmigiano, mescolare bene il composto e aggiungere qualche fogliolina di prezzemolo tritato.

Disporre sulle foglie e far cuocere a fuoco lento stando attenti a non bruciacchiarle perché diverrebbero amare.

 

neonato arrostoneonato arrosto 2

 

 

 

 

In alternativa si possono friggere direttamente in una padella con olio caldo per fare delle gustose frittelle.

neonato fritto 2neonato fritto 3


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Fulippazzu (Filippo Di Pino)

Fulippazzu

Dal romanzo “Il miliardario pezzente” di Salvatore Musumeci

Mi raccomando, dormite! Perché se i morti si accorgono che siete svegli vi fanno il solletico ai piedi e non vi lasciano niente! Questa raccomandazione i nostri genitori ce la ripetevano più volte per convincerci a dormire ed evitare le tipiche curiosità dei ragazzini che avrebbero potuto svelare chi, in realtà, fossero “i morti” che lasciavano i doni.

Per noi maschietti non poteva mancare come lascito dei morti una bella pistola o, per i più fortunati, un bel fucile. Ricevere quelle armi, naturalmente finte, ci faceva sentire dei veri soldati e la mattina, tutti contenti, indossavamo quei bei cinturoni e alcuni anche la stella da sceriffo e andavamo a comprarci i fulminanti per poter fare la nostra guerra. La nostra tanto aspettata guerra serviva solo a consumare tanti fulminati che facevano solo rumore e ad accendere qualche piccola lite tra i ragazzini dei quartieri diversi. A Riposto ci conoscevamo quasi tutti, ci volevamo bene e il nostro gioco della guerra non ci aveva mai fatto del male.

Da adulto capisci perché i tuoi genitori nel giorno dei morti erano tristi, mentre tu eri felice, capisci chi era a lasciare i doni, capisci che la guerra non è come quella che facevamo noi bambini, ti rendi conto che la guerra è triste e che non ha mai prodotto nulla di buono.

fulippazzuE’ stato così anche per Filippo, a lui la guerra non ha portato nulla di buono, anzi, gli ha tolto quello che aveva.

Quella strada senza sbocco, la via Zara, non è più in terra battuta, la via Alessandro Volta è stata messa in comunicazione con la via vecchia e ‘u vadduni non si nota quasi più. La fontana che era situata in quel tratto non c’è più, da quel rubinetto don Fulippu si riforniva della “poca” acqua che gli serviva per cucinare o per i bisogni personali. La cabina dell’Enel invece è sempre lì, con i suoi muri adornati dalle nostre scritte che da bambini, per prenderci in giro, facevamo e ancora oggi vi si può leggere:

W INTER ʍ JUVE

Nemmeno quel fabbricato esiste più, è stato abbattuto, al suo posto è stato costruito un moderno palazzo, quel fabbricato che con prepotenza aveva preso il posto della nostra umile ma armoniosa casa e che come vicino aveva proprio don Fulippu.

La casa di Fulippazzu non c’è più, quel malazzeni che Minicu u vaddia aveva concesso a don Fulippu di utilizzare gratuitamente ha lasciato il posto ad una moderna abitazione. Dopo aver dato la corda alla mia sveglia dei ricordi mi sono reso conto di quanto tempo è passato e di quante cose sono cambiate…

Nel periodo natalizio si tirano le somme e si parla dell’anno che sta per finire. Piovo-so, freddoloso, tante cose non sono andate per il giusto verso, si è soliti dire, aggiungendo che non si vede l’ora che entri l’anno nuovo e soprattutto che porti buone nuove.

La legna era già pronta, sistemata a forma di cono e aspettava ‘a Vigilia, la notte del 24, per essere accesa e fare ‘u zuccu i Natali. Andare in giro a raccogliere la legna a noi ragazzi dava una gioia immensa, soprattutto quando partecipavano anche i grandi che con molta abilità riuscivano ad accaparrare pure grossi tronchi di alberi o pezzi di barche abbandonati. Quando ‘u zuccu lo facevamo nella strada in terra battuta di fronte alla cabina dell’Enel era tutta un’altra cosa. Anche Fulippazzu partecipava alla cena che si faceva davanti allo zuccu-falò e molti vicini venivano a curiosare e a fare i complimenti per la tanta legna accumulata.

fulippazzu2Fulippazzu era quello che oggi viene definito un emarginato (lui lo era per propria scelta) ma era benvoluto da tutti. Il suo passatempo preferito era uscire con una bottiglia vuota e andare nella putia du vinu, dove la faceva riempire col prezioso succo di uva per poi berlo come più gli aggradava e talvolta, a seconda dell’umore, anche nel giro di poco tempo. Quel suo, inizialmente voluto, passatempo, per affogare nell’alcol i suoi tormenti, lo aveva portato negli anni ad uno stato di semincoscienza, al punto da non capire più se fosse sobrio oppure no, in fondo forse era proprio quello che lui voleva.

La sua vita era stata sconvolta da una tragedia familiare che lo aveva portato a vivere ai margini della società.

Don Fulippu era di statura bassa, i denti quasi tutti l’avevano abbandonato, a quel tempo avrà avuto sessant’anni, ma ne dimostrava molti di più, anche se la sua tempra doveva essere molto forte. Viveva nella casa ad angolo di fronte alla cabina dell’Enel. In realtà più che una casa era una sorta di riparo, infatti, consisteva in uno spazio a cielo aperto, tranne una zona coperta da una tettoia. Non c’erano muri oltre a quelli perimetrali, niente luce, acqua, pavimenti e altri comfort.

Il suo letto era una vecchia auto di colore nero, mentre la sua dispensa era una valigia di quelle di cartone pressato, raccattata in qualche angolo dove qualcuno probabilmente l’aveva abbandonata. Alla casa si accedeva attraverso un grosso portone di legno che Fulippu chiudeva con cura ogni volta che usciva.

Passatempo dei ragazzi di più generazioni era sempre quello di insultarlo chiamandolo a voce alta e aggiungendo: U’mbriacu!

Lui, con tutta la rabbia che provava, li rincorreva a suon di brutte parole, tirando delle pietre e sbagliando la mira volutamente. Il perché sbagliasse la mira col tempo forse l’ho capito o perlomeno ho pensato di dare una valida motivazione, ipotizzando che quello strano gioco, in qualche modo dovesse gratificarlo.

In quel tipo di gioco qualche volta mi sono trovato pure io e dovevo stare più attento degli altri, perché se per caso mi avesse riconosciuto lo avrebbe detto ai miei genitori e poi erano cavoli miei!

Io, infatti, ero tra i pochi ad avere il privilegio di entrare a casa sua.

Io che ogni tanto gli portavo un piatto di pasta su incarico dei miei genitori e che gli potevo parlare e farmi raccontare alcune sue storie di quando era soldato e aveva combattuto in guerra, non ho mai capito se mi sia andata sempre bene o se lui abbia fatto finta di non conoscermi, durante quei giochi-insulto. Fulippu sicuramente amava gli animali, io me lo sono sempre immagino in groppa a un cavallo filare galoppando, e chissà, forse lui avrebbe desiderato averne uno, anche per non smentire il nome che i genitori avevano scelto alla sua nascita.

Unico suo caro amico era Giulio, un cane meticcio che per tanto tempo è stato la sua ombra. Sembrava di assistere a una commedia quando, in particolari situazioni, dialogava con Giulio, che sembrava cogliesse tutto quello che Fulippazzu gli diceva.

Era uno spettacolo vedere Fulippazzu la mattina, quando andava in giro per il paese con quell’impermeabile marrone, di quelli molto leggeri, con la cinta legata stretta alla vita in cui infilava quel manico d’ombrello a mo’ di spada.

Sicilian Talian! Diceva spesso, oppure intonava Lili Marlen, quando il vino cominciava a fare i suoi effetti.

Non lontano dalla casa di Fulippazzu si trovava un’officina.

L’artigiano aveva effettuato un lavoro a un cliente benestante, il quale, rimasto molto contento, gli regalò una bottiglia di marsala all’uovo.

Decidendo di aprire quella bottiglia, chiamò Fulippazzu e lo invitò a bere con lui:

-Fulippu! Veni ‘ccà!

-Chi c’è? Rispose Fulippu.

L’artigiano, prendendo due bicchieri gli disse:

-Vieni, oggi si brinda! E fece il gesto di passargli il bicchiere colmo di marsala.

Fulippu, diffidente per natura, gli disse:

-Prima, vivi tu!

L’artigiano, un po’seccato e risentito, rispose:

-Lo bevo io, ma per te non ce n’è!

Fulippazzu si allontanò brontolando, sussurrando la solita frase:

-Fezza schifezza, Sicilian Talian!

Un lunedi, di buon mattino, Fulippu si reco’ al Municipio e, come un soldato di guardia, si piazzo’ vicino al portone d’ingresso ad aspettare che qualcuno andasse ad aprire.

Il portone odorava di pittura fresca, essendo stato pitturato qualche giorno prima. Alle 8.00 in punto il messo arrivo’ e trovò strano che Fulippu fosse lì ad attenderlo.

-Attentu, Fulippu! Non t’ appuiari no puttuni, ca e’ pitturatu friscu!

-Viri ca nun sugnu ‘mbriacu e u visti ca u puttuni ie’ pitturatu friscu e visti macari ca i manigghi di ramu sunu tutti lordi, e daticcilla na pulizziata!

-Comu mai a quest’ora si cca’? A cu aspetti?, gli chiese il messo.

-Oggi veni ‘u sinnicu? domandò Fulippu.

-Sì, ma viene tardi, ti conviene ritornare dopo. Cercava di persuaderlo il messo, mentre insieme salivano le scale.

-Vabbè, gli disse Fulippu, incurante del consiglio del messo, mentre si avvicinava alla sedia situata nei pressi del gabinetto del primo cittadino, aggiuncendo; vuol dire ca aspettu cca’, picchì ci devo parrari!

Erano quasi le 10.00 e del sindaco nemmeno l’ombra. Fulippu cominciava a spazientirsi, lui, burbero per carattere, non dialogava con chiunque, per cui quell’attesa doveva sembrargli interminabile e cominciò a fare avanti e indietro nel corridoio.

Sicuramente anche il fatto che quella mattina non aveva ancora bevuto lo rendeva nervoso, ma ormai aveva deciso: quel giorno doveva parlare col sindaco e, nonostante in tanti gli consigliassero di tornare dopo, Fulippu, intransigente, continuo’ la sua snervante attesa insieme ad altri concittadini, che avevano anche loro necessità di parlare al sindaco.

Finalmente, dopo un po’, il sindaco arrivò.

-Buongiorno. Gli disse il messo.

-Il primo è Fulippu signor sindaco, è qui da stamattina alle 8.00.

-Ciau Fulippu, trasi trasi, chi c’e, veni cca’.

-Ciau, gli disse Fulippu, chiamandolo per nome e dandogli del tu in modo confidenziale, poiché i due si conoscevano da ragazzi.

-No, non trasu, ti devo dire solo una cosa e te la dico qui, non ti voglio fari perdiri tempu, cu tutti i to chiffari importanti ca ci hai.

-Tu si amicu miu e mi hai promesso che mi facevi prendere ‘a pensioni, perché dicono ca mi spetta, io fino a oggi non ho visto niente. Fossi aspettunu ca moru ppi darimmilla…

-Ciao!, aggiunse, e si congedò senza dire e senza ascoltare altro. Abbassò la testa e fece la solita espressione chiudendo la bocca, che per mancanza dei denti, faceva arrivare il labbro inferiore vicino alle narici.

Se crere ca mi fazzu u sangu amaru… se crere ca ‘mpazziscu e appoi mi sparu… chella là, chellallaaaà…

Pippinu, il fioraio, interruppe il concertino di Fulippu, quel pomeriggio.

-Fulippu! Fulippu! Iapri ca t’ha a diri na cosa!

-Aspetta Pippinu, staiu vinennu!

-Ciau Fulippu.

-Ciau Pippinu. Chi voi?

-Vedi che domani alle tre e mezza c’e’ ‘u funerali, perciò non bere, così puoi lavorare.

A quei tempi, a Riposto e non solo, nei funerali, solitamente le ghirlande venivano portate a mano da due persone e Fulippu veniva chiamato spesso da Pippinu e da altri fiorai per fare quel servizio che gli permetteva di guadagnare qualcosa.

-Vabbe’, allora ni viremu dumani, ti aspetto o simafuru ‘ndo chianu. Alle tre ti passo a prendere. Non te lo scordare Fulippu, e non bere, u capisti, gli raccomandò don Peppino.

-Sì, sì, non mu scordu, u capii: e tri sugnu o simafuru e tu non ti scuddari ca ancora avanzu i soldi da vota scorsa! Gli disse Fulippu, prima di rientrare.

Come mi dispiace non esserci stato quella domenica, quando Fulippu mangio’ a casa nostra! Io non c’ero, ero fuori per lavoro. Quando ancora oggi si parla di quel pranzo, io, con un po’ di malinconia, penso tra me:

Che peccato non aver potuto pranzare con quell’ospite così speciale…

Fezza schifezza, Sicilian Talian!

Don Fulippo riposa nel cimitero di Acireale. In questa cittadina Fulippazzu trascorse l’ultimo periodo della sua vita, venne ospitato in un casa di riposo per anziani grazie all’interessamento di persone che gli volevano bene. Io un giorno lo rividi, era venuto nella sua amata Riposto per passarci qualche ora, poi sarebbe dovuto ritornare ad Acireale nella casa di riposo che lo ospitava. Quella volta stentai a riconoscerlo, don Fulippu era sobrio e ben vestito ma i suoi occhi erano tristi e quello mi dispiacque molto, in quel momento avrei voluto nascondermi dietro l’angolo e gridargli: Fulippazzu u’mbriacu! Avrei voluto che lui raccattasse delle pietre per scagliarmele contro, tanto sapevo che non mi avrebbe colpito e che come al solito avrebbe sbagliato la mira, ma quel gioco non si poteva più fare, quel Fulippazzu non esisteva più! Quella fu una delle ultime volte che io vidi don Filippo, quando capita di parlare di Fulippazzu un velo di malinconia mi cattura.

Don Fulippo sono davvero onorato di averla avuto come vicino di casa e di averla conosciuta… Fezza schifezza, Sicilian Talian!

Salvatore Musumeci

Su autorizzazione dell’autore.

Foto reperite sul gruppo facebook Sei di riposto se…