Buon Natale e Felice Anno nuovo dalla Proloco di Riposto

riposto con la neve auguri

Foto Fabio Caltabiano

 

E’ Natale ogni volta
che sorridi a un fratello
e gli tendi la mano.

E’ Natale ogni volta
che rimani in silenzio
per ascoltare l’altro.

E’ Natale ogni volta
che non accetti quei principi
che relegano gli oppressi
ai margini della società.

E’ Natale ogni volta
che speri con quelli che disperano
nella povertà fisica e spirituale.

E’ Natale ogni volta
che riconosci con umiltà
i tuoi limiti e la tua debolezza.

E’ Natale ogni volta
che permetti al Signore
di rinascere per donarlo agli altri.

Madre Teresa di Calcutta


Premio Sicilia è 2015

sicilia e

Macco di fave secche

Kita Buttà (spaghetti angiovi e muddica)

 

Ricetta a cura di Kita Buttà

 

Il macco “che significa ,”purea ” ,”che deve essere bello denso , e se poi ne rimane un piatto , si taglia a fette e si fa dorare in una padella antiaderente con un goccio d’olio ..una bontà ..bontà talmente buona , che da noi si usa dire ” vatinni a casa ..ca to matri fici u maccu ” …!!!!!

 

 

Ingredienti per 4 persone:

  • 300g di fave secche sgusciate e aperte
  • una cipolla
  • una patata
  • due pomodori
  • un mazzetto di finocchietto selvatico
  • 300g  di spaghetti spezzettati
  • sale e pepe qb.

 

Procedimento

Mettere a bagno le fave per tutta la notte. In una pentola a metà di acqua aggiungere le fave i pomodori la cipolla e la patata il finocchietto il sale e fare cuocere a completo sfaldamento delle fave ,poi aggiungere degli spaghetti spezzettati a piacere e servire dopo una bella dose di olio extra vergine

 

 

pasta cu maccu

 

 

 

 

 

 

 

Gabriele Denaro

gabriele denaro composerCompositore, pianista, concertista internazionale, docente,

La sua musica, che è stata definita dalla critica  “Musica  per  l’anima”,  affonda  le  radici  in  una  salda  formazione  classica  sulla  quale sedimentano elementi derivati dal romanticismo, classicismo contemporaneo e dal postmoderno.

Le sue  melodie,  sempre  di  grande  impatto  emotivo,  lo  rendono  uno  degli  artisti  più  apprezzati  dal pubblico e dalla critica internazionale.
In veste di compositore e pianista si è esibito, su invito di importanti istituzioni musicali, in  Italia,Francia,  Spagna,  Russia,  Belgio,  Lussemburgo,  Romania,  Bulgaria,  Germania,  Ucraina,Svizzera e Egitto.
Nato a Catania, si diploma brillantemente  al Conservatorio “F. Torrefranca” di Vibo Valentia sotto la guida del m° Eugenio Fels con il quale, successivamente, si perfeziona.
Fin dal 1979, ancora giovanissimo, compone brani per pianoforte e orchestra rivelando una vena creativa inarrestabile (ad  oggi sono circa 400, tra edite e inedite, le  sue  composizioni)  e, verso la fine degli anni ’90, inizia un periodo di sperimentazione e ricerca, durante il quale collabora con il teatro, la danza , la poesia e il cinema, musicando mediometraggi e cortometraggi presentati con crescente successo in concorsi internazionali.
Nel 2000, incide il suo primo CD per piano e orchestra dal titolo “Immagini Sonore” suscitando immediatamente l’interesse della critica e del pubblico. Da questo momento, inizia una fitta serie di fortunate  tournee  che  lo   portano  in  giro  per  le  maggiori  capitali  europee  riscuotendo  ovunque entusiastici  apprezzamenti  alle  sue  performance  svolte  per  piano  e  con  l’accompagnamento  di prestigiose  orchestre  filarmoniche  della  Romania,  Bulgaria,  Russia,  Spagna,  Polonia,  Francia  e Ucraina.

Nel corso di tali entusiasmanti contesti, tra il 2001 e il 2004, verranno registrati tre CD live accolti con grande entusiasmo dalla critica.
Nel 2003 esce un cd registrato durante un concerto pianistico  live a Riposto. Nello stesso anno riceve  il  premio  “Alla  sicilianità”   poiché  “…  le  sonorità  originali  della  sua  musica  riescono  a
trasmettere emozioni e suggestioni uniche”.
Nel 2004 pubblica l’album “Musiche per immagini” nel quale “..i nomi delle composizioni volano leggeri come le stesse note, evocando immagini di vita, tragedie come l’11 settembre e la guerra del 1999  a  Belgrado  e  Kosovo  o  momenti  di  intensa  emozione.  Sempre  nel  2004,  riceve  il  premio “Akkuaria  Web  alla  Cultura”,  e   nel  2005  si  classifica  al  primo  posto,  finalista   del  concorso internazionale “Musica alle immagini”.
Nel 2009, gli viene assegnato il premio “Confcommercio- Riposto” con la seguente motivazione: “Premio  note  in…arte  per  la  creatività  musicale.”  Nello  stesso  anno  esce    il  suo  quinto  CD  che
racchiude  una  raccolta  di  composizioni  per  trio,  pianoforte  e  orchestra:  tutti  brani  di  raffinata complessità  che  confermano,  ancora  una  volta,  il  valore  artistico  della  sua  musica  ed  suo straordinario talento.
Tra il 2010 e il 2011 è  in tournee tra Italia, Francia, Germania, Svizzera ed Egitto.
Nel 2011 viene intervistato da Radio Vaticana e compone la colonna sonora del mediometraggio “Il  mondo  di  tutti”  .  In  Toscana,  Lazio,  Umbria  e  Sicilia  esegue  concerti  al  pianoforte accompagnato dal suo trio, riscuotendo ovunque il consenso della critica e del pubblico.
Particolare entusiasmo ed ammirazione suscita l’esibizione per trio al Teatro  “V. Bellini” di Catania.  Nello  stesso  anno,  diversi  centri  e  città  siciliane  gli  attribuiscono   prestigiosi  premi  e riconoscimenti per le sue non comuni doti di pianista e compositore.
Ma saranno le 15 composizioni contenute nell’album “L’ATTESA” nel 2011 a rivelare al grande pubblico lo stile inconfondibile di Gabriele Denaro collocandolo  tra le più interessanti personalità della  musica  contemporanea.   Ogni  singola  composizione,  infatti,  denota  un  altissimo   livello  di qualità  artistica  e  una  non  comune  capacità  di  orchestrazione  sinfonica:  fin  dai  primi  accordi   è subito chiaro che “le strutture sintattiche del suo linguaggio musicale, presentano una somiglianza nella loro forma logica con la nostra vita emotiva e riflettono certi fondamentali modelli dinamici della nostra esperienza interiore”.
Nel  settembre  2012,  è  stato   ospite  al  Palazzo  della  Cultura  di  Catania  in  occasione   della  IV Rassegna “Corti in Cortile”, dedicata ai corti cinematografici siciliani, nell’ambito della quale viene
presentato  lo  splendido  videoclip,  con  la  regia  di  G.  Scirè,  sulle  note  de  “L’Attesa”  presso  il suggestivo Castello degli Schiavi di Fiumefreddo di Sicilia (CT).

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Nel  2012  ha  realizzato  un  tour  in  Spagna,  Svizzera  e  Francia  che  lo  ha  visto   protagonista  di interessanti performance tra musica e letteratura.  Nel 2013 concerti in Ucraina ( Kiev).
Nel  2014  si  è  esibito  in  Ucraina,  Belgio  e  Lussemburgo  e  Italia,    protagonista  di  interessanti concerti per piano e orchestra e in quartetto.

Nel 2015 G. Denaro ha musicato il mediometraggio “Accanto a me” il cortometraggio “Fino all’ultimo piano” e il Musical “I passi della vita”, ottenendo plausi dal pubblico e critica. Collaborazioni con il cantante e paroliere Roberto Cavallaro e il musicista Giovanni Scandurra. Interviste radio, Streaming online, videoclip, musical e serata “Tributo per i suoi 25 anni alla carriera”.

Prossimi concerti in Europa, America e Oriente, nonché la preparazione nel 2016 di n° 2  colonne sonore di film per cinema e TV.

FONTE: sito ufficiale www.gabrieledenaro.it  (su autorizzazione dell’artista)

 

ARAZIU STRANU (Orazio Strano)

Orazio Strano: mitica voce della Sicilia
di Santi Correnti
orazio strano3Il 16 dicembre 1981, all’età di 77 anni, è scomparso a Riposto (Catania) colui che era unanimemente considerato il maestro dei cantastorie siciliani, Orazio Strano. La terra siciliana è sempre stata feconda matrice di poesia; e i nostri antichi, che lo sapevano, proclamavano che cu voli pusìa vegna ‘n Sicilia – ca porta la bannéra di vittoria – canti e canzuni n’avi a centumilia. Con il riposte. Orazio Strano la poesia sicilia-na non solo ha confermato la sua tradizione, ma non ha atteso di essere scoperta nel suo luogo d’origine, perché ha varcato i suoi limiti geografici e si è imposta trionfalmente in tutta Italia, dando al suo cantore ambitissimi riconoscimenti. Orazio Strano è stato infatti proclamato «Trovatore d’Italia» nella sagra nazionale dei cantastorie tenutasi a Grazzano Visconti nel 1960; ha mantenuto lo stesso titolo nel 1962 a Castell’Arquato; e nel 1964 a Monticelli è stato addirittura riconosciuto come «Maestro dei cantastorie d’Italia», e considerato pertanto fuori concorso.

Non è da stupirsi di queste manifestazioni di pubblico riconoscimento ottenute da Orazio Strano, perché critici assai qualifi-cati, così come il popolo di molte piazze d’Italia, hanno gradito i suoi canti e la sua recitazione in modo davvero lusinghiero, dando di lui giudizi di cui c’è da andare veramente fieri. Nel 1956, dopo una memorabile tournée di undici giorni al Piccolo Teatro di Milano in cui Orazio Strano apparve incontrastabilmente il migliore dei menestrelli in campo -e c’erano artisti che risponde-vano al nome di Ciccio Busacca, Ciccio Platania e Ignazio Buttitta, cioé appartenenti alla migliore tradizione poetica sicilia-na – egli fu lodato unanimemente dai critici; e lo stesso Salvatore Quasimodo, premio Nobel 1959 per la letteratura, ha scritto che Orazio Strano è «il più mordente, tradizionalista, esperto di tecni-ca degli aedi siciliani». Valerio Riva ha riconosciuto che Orazio Strano è poeta scaltrito e raffinato, e possiede una tavolozza di colori e di sfumature assai più alta dei suoi colleghi, perché sa pas-sare dal bozzetto sentimentale all’epodo, dal drammone alla frot-tola, dalla sestina epica all’ottonario, dall’ottava ariostesca all’epigramma e alla canzonetta. Il critico della rivista «Settimo giorno» osservò che Orazio Strano sapeva passare dal parlato al canto senza soluzione di continuità, con una coerenza di linguaggio che farebbe invidia ad un operista moderno. E Roberto De Monticelli, in una nota apparsa sul quotidiano milanese «Il Giorno», ha dichiarato su quel giornale che fra i cantastorie sici-liani Orazio Strano è il più illustre ed antico, e che ha «una faccia di operaio anziano, come toccata da una tenerezza, ma l’arco delle sopracciglia, nero e lucente sulla fronte grigia, fa la stessa curva del sole da un capo all’altro dell’Isola, lungo la giornata; ed ha una voce forte, morbida e scura, del colore delle casse dei mandolini… Come canta, gli si accendono, una di qua e una di là, due scintil-le di zolfo negli occhi». Orazio Strano merita questi giudizi lusinghieri. Come io scrissi nel 1958, nel suo canto ora allegro e spensierato e motteggiatore, ora malinconico e dolente e lacrimante, vibrano tutti i mille e mille toni delle corde del nostro cuore di isolani. Egli canta appassionatamente la Sicilia e la sua gente in Misteri e cosi sicilia-ni sorride dell’eterno contrasto di uomini e donne, racconta fat-tacci di cronaca nera che abbiano avuto particolare risonanza tra la nostra gente, come lo sconvolgente assassinio del presidente Kennedy, e si libra sulle ali della pura lirica nelle canzoni di amore e di gelosia, e in quelle di sdegnu e di sintimentu. La sua produ-zione più interessante (anche perché, nelle opere scritte in colla-borazione con il poeta mascalese Turiddu Bella, è da considerare un epigono dei canti amebei di Teocrito e di Virgilio) è racchiusa in un opuscolo ormai raro, Lu cantastorii sicilianu. È una lettura rasserenante; il poeta lo sa, e come il pirandelliano Liolà ci dice: Buttitta, cioé appartenenti alla migliore tradizione poetica siciliana egli fu lodato unanimemente dai critici; e lo stesso Salvatore Quasimodo, premio Nobel 1959 per la letteratura, ha scritto che Orazio Strano è «il più mordente, tradizionalista, esperto di tecni-ca degli aedi siciliani». Valerio Riva ha riconosciuto che Orazio Strano è poeta scaltrito e raffinato, e possiede una tavolozza di colori e di sfumature assai più alta dei suoi colleghi, perché sa pas-sare dal bozzetto sentimentale all’epodo, dal drammone alla frottola, dalla sestina epica all’ottonario, dall’ottava ariostesca all’epigramma e alla canzonetta. Il critico della rivista «Settimo giorno» osservò che Orazio Strano sapeva passare dal parlato al canto senza soluzione di continuità, con una coerenza di linguag-gio che farebbe invidia ad un operista moderno. E Roberto De Monticelli, in una nota apparsa sul quotidiano milanese «Il Giorno», ha dichiarato su quel giornale che fra i cantastorie sici-liani Orazio Strano è il più illustre ed antico, e che ha «una faccia di operaio anziano, come toccata da una tenerezza, ma l’arco delle sopracciglia, nero e lucente sulla fronte grigia, fa la stessa curva del sole da un capo all’altro dell’Isola, lungo la giornata; ed ha una voce forte, morbida e scura, del colore delle casse dei mandolini… Come canta, gli si accendono, una di qua e una di là, due scintil-le di zolfo negli occhi». Orazio Strano merita questi giudizi lusinghieri. Come io scrissi nel 1958, nel suo canto ora allegro e spensierato e motteggiatore, ora malinconico e dolente e lacrimante, vibrano tutti i mille e mille toni delle corde del nostro cuore di isolani. Egli canta appassionatamente la Sicilia e la sua gente in Misteri e cosi siciliani sorride dell’eterno contrasto di uomini e donne, racconta fattacci di cronaca nera che abbiano avuto particolare risonanza tra la nostra gente, come lo sconvolgente assassinio del presidente Kennedy, e si libra sulle ali della pura lirica nelle canzoni di amore e di gelosia, e in quelle di sdegnu e di sintimentu. La sua produ-zione più interessante (anche perché, nelle opere scritte in colla-borazione con il poeta mascalese Turiddu Bella, è da considerare un epigono dei canti amebei di Teocrito e di Virgilio) è racchiusa in un opuscolo ormai raro, Lu cantastorii sicilianu. È una lettura rasserenante; il poeta lo sa, e come il pirandelliano Liolà ci dice: Litturi, lu tè cori si cunsòla Cu sti canzuni fatti ‘i sta manéra: Cantàri li poi tu a la campagnola, A sturnelli, e macari: ‘a carrittera.,…
Il suo canto acquista un particolare valore quando pensia-mo da quale corpo rattrappito e sofferente esso si levi, perché Orazio Strano, nato a Riposto nel 1904, fu colpito a 22 anni, mentre prestava servizio militare in Marina, da artrite reumatica deformante; e per parecchi decenni ha sofferto li peni di Cainu, come egli dice nel suo poemetto La me vita pinusa in cui, dolorosamente poetando, egli afferma che

La mala sorti la porto di ‘ncoddu, Como un turciuni lacrimìu e squagghiu; Cchiú tempo passa e di cchiú m’arrimoddu, Pirchf cummattu sempri, notti e jornu, Ccu trívuli malanni e cu fiustornu!

Il canto di Orazio ,Strano ci appare pertanto nella luce profondamente umana di una vittoria dello spirito sulla materia, di un simbolico trionfo della poesia sul dolore. La sua vita è stata un continuo e ostinato affermarsi del suo spirito sul male fisico, in un faticoso ma costante progresso: dall’asinello sardo e dal car-rozzino con cui si trascinava in tutte le piazze del Meridione è pas-sato alla «Balilla tre marce» e poi a macchine più moderne e confortevoli; dalla chitarra è passato al microfono e al registratore; la sua voce è incisa in dischi (del solo poemetto Giuliano, re dei briganti, con versi di Turiddu Bella, si sono fatte 17 edizioni, con la vendita di oltre 150.000 dischi) e trasmessa dalla radio; ed io stesso ho avuto il piacere di ascoltarla a New York nelle trasmissioni di Lucio Basco; la sua figura è apparsa anche sugli schermi della nostra televisione. Se Riposto ha onorato il suo migliore poeta, ha fatto davvero bene, perché la vita di Orazio Strano è anche un esempio di volontà tenace e di dedizione all’arte; ed il suo nome sarà sempre ricco di significato per chi studierà la sto-ria della cultura locale, perché egli non soltanto è valido come poeta e come interprete dell’anima popolare, ma con la sua tenace volontà di vita ha sublimato la sua arte; e l’onore che gli è stato tributato dalle autorità e dal popolo ha voluto premiare non solo l’artista, ma anche l’uomo con l’offerta di una simbolica medaglia d’oro nel 1966. Una sincera e devota amicizia mi legava a lui. Lo onorai in vita parecchie volte, scrivendo per lui articoli pubblicati dal quo-tidiano «La Sicilia» di Catania nel 1958 e nel 1966, ed inserendo un saggio che lo riguardava nel mio libro Storia e folklore di Sicilia (Milano, Mursia 1975, pp. 157-159). Egli ricambiava questa mia affezione nella maniera più a lui congeniale, e cioé in poesia; nel 1968 mi dedicò una lirica, in cui mi chiamava «albero forte e gigante» della cultura siciliana, e concludeva così le sue vibranti ottave a me rivolte

sì ferru, e mi ti smancia non cè lima, cu ti canusci, t’apprezza e ti ama, di l’arti vera sì la megghiu cima, arvulu forti e giganti ti chiama!

e nel 1973, in occasione del mio quarantanovesimo compleanno, mi indirizzava questo affettuoso sonetto, in cui ricordava la nostra natia Riposto, cui egli era attaccatissimo, e nella sua bontà mi chiamava «uomo di talento»

Quannu-nascistu, omu di talentu, purtastu ‘n casa vostra l’armunia; li vostri ginituri a ddu mumentu pruvaru la cchiù gioia ca ci sta; pirchì capìu lu so’ sintimentu chítidu ca un ghlornu sta figghiu sarla, e di fatta vinistu gran purtentu, scritturi ricca assai di fantasia. Critica d’arti `maculatu e tostonessunu scappa sutta di stu lazzu vui ‘nta lu criticari siti appostu.

Ora milli auguri vi fazzu
figghiu fidili di Ripostu
ca ‘nta Catania truvastu lu jazzu !

dicendo cioé che io avevo trovato la mia vera sede di attività a Catania come è nella realtà.
Dando notizia della sua morte, lo scrittore Giuseppe Di Bernardo, nell’articolo intitolato Il gran cuore di Sicilia, apparso su «La Sicilia» del 18 dicembre 1981, lo ha chiamato «la voce mitica della Sicilia popolare, il più grande cantastorie di tutti i tempi» ed ha giustamente affermato che «con lui muore il cuore della Sicilia antica, della quale Orazio Strano ha cantato, riallacciandosi alla cronaca di ogni giorno, ed in essa trasfondendo gli slanci lirici della sua anima di poeta delicatissimo, il più struggente tormento, i desolanti abissi della condizione popolare, i sentimenti della gente comune». Non per nulla Orazio Strano aveva detto di voler cantare così la sua terra:

Vogghiu laudari ccu li me canzuni la terra mia ca vogghiu tantu beni, l’omini forti Corna li liuni, li donni beddi coma li sireni, e zoccu c’è in Sicilia macari, lu suli d’ora, lu cela e la mari…

e con questa visione nel cuore egli è salito al cielo dei poeti.

 

FONTE:Orazio Strano: mitica voce della Sicilia
di Santi Correnti

Un ringraziamento alla figlia Maria Strano per la cortese collaborazione.

Mariano Torrebella

MARIANO TORREBELLA,

CANTORE DI RIPOSTO

Revisore dei conti della prima Proloco di Riposto

 Torrebella

Il 9 luglio 1997, all’età di 88 anni, ha chiuso la sua operosa giornata
terrena il ragioniere Mariano Torrebella, che era nato a Riposto il 15 giu-
gno 1909.
Ebbe vita lineare e dignitosa, e fu sempre un signore, sia nella vita civi-
le, che nella sua attività culturale; ed amò Riposto come pochi, con disin-
teresse assoluto e con dedizione ininterrotta. Fu un autentico “cantore di
Riposto”.
Professionista scrupoloso ed intelligente, fu dapprima impiegato privato a Riposto, presso la ditta vinicola “Giovanni Nicotra”; poi fu assunto quale funzionario della Banca Popolare Santa Venera di Acireale, da cui uscì nel 1979 coll’alta qualifica di Condirettore Generale, coronando una splendida carriera, in cui riscosse meritati e continui successi. Fu profondamente legato alla sua famiglia: sia come sposo affettuoso della ripostese Michelina Garufi, sia come padre sempre premuroso delle sue figlie dott.Paola e ins. Anna, che sono state ambedue mie carissime allieve all’Università di Catania, ed era nonno orgoglioso delle sue tre nipotine.
Dopo la famiglia e il lavoro, il suo grande amore fu per il paese natio, e lo seppe esprimere in dignitosa forma culturale. Giovanissimo, fu corrispondente da Riposto del Giornale d’Italia di Roma, allora diretto da quel grande giornalista che era Virginio Gayda; e già nel 1938 vi pubblicò articoli come “Riposto, il suo passato e il suo avvenire”; e su Riposto, anche in tempi recenti, ha scritto una interessante e documentata serie di articoli,
dei più significativi dei quali indichiamo qui i titoli, e che sono apparsi dal 1987 al 1995 sul “Gazzettino di Giarre”, e dal 1996 sulla “Tribuna di Giarre”:
1) Tradizioni teatrali di Riposto, 24 settembre 1987;
2) Riposto polo mercantile – finanziario, 4 febbraio 1988;
3) Splendide voci e musiche intramontabili, 5 gennaio 1989;
4) C’era una volta l’Opera dei pupi, 23 marzo 1989;
5) Le grandi tradizioni di Riposto nell’insegnamento tecnico-com-
merciale, 4 maggio 1989;
6) Un illustre personaggio ripostese, Domenico Cafiero, mirabilmente
rievocato dal prof. Correnti, 1° giugno 1989;
7) Le “pulene” di Riposto, 21 settembre 1989;
8) La Sicilia e i Siciliani visti da Santi Correnti, 19 aprile 1990;
9) L’epoca dei “porta” a Riposto, 10 maggio 1990;
10) Gemellaggio tra Assoro e Riposto, 14 giugno 1990;
11) La Marina di Sant’Anna, 30 luglio 1992;
12) La marineria ripostese nella storia, 20 settembre 1994;
13) Una lezione di civiltà. Don Luca Ligresti, 21 gennaio 1995;
14) Giarre e Riposto, lungo digiuno teatrale, 10 giugno 1995;
15) Lo storico Palazzo Di Pino, 20 aprile 1996;
16) Trieste nel passato di Riposto, 8 giugno 1996;
17) Riposto anni Venti, 13 luglio 1996;
18) L’atout dell’Italia, sul diritto storico dell’Italia di far parte dell’Eu-
ropa unita, sancito dal Trattato di Messina del 1955, voluto dal
siciliano Gaetano Martino allora nostro Ministro degli Esteri: arti-
colo che è apparso postumo sulla “Tribuna di Giarre” il 12 luglio
1997.
Mariano Torrebella fu mio amico costante e sincero, sempre pronto a collaborare a tutte le iniziative da me prese per la valorizzazione di Riposto (ricordo con particolare gratitudine come egli mi abbia aiutato nel 1956 per la realizzazione della prima “Pro Loco” di Riposto, di cui fu autorevole Revisore dei conti; e come fosse attento lettore delle mie opere storiche); ma la dote che lo ha reso gradito a tutti è stato il suo amore cosciente e documentato per la nostra Riposto, di cui, in numerosi e dotti articoli, illustrò aspetti reconditi e poco noti; e fecero davvero epoca, perché parlavano della vita e dei costumi dei vecchi marinai ripostesi, rievocando perfino le antiche “polene” (che erano le statue lignee, poste a prua dei velieri, e di cui i marinai finivano per innamorarsi!); e rinverdendo le forme
caratteristiche del loro pittoresco linguaggio; e ricordando i divertimenti sociali dei ripostesi di un tempo, quali “L’Opera dei pupi” di don Salvatore Zappalà e di don Ciccio Lizzio, o la sala da ballo “Chat Rouge” aperta da Turi Belfiore “u Putiiddotu”, o gli spettacoli teatrali del Teatro Puglisi, dove recitavano attori come Ermete Zacconi, Ettore Petrolini, Giovanni Grasso e Angelo Musco, ed attrici come le sorelle Emma ed Irma Gramatica
e Rosina Anselmi, e dove cantavano baritoni come Riccardo Stracciari e “Vedettes” come Anna Fougez e dove il ripostese Salvatore Cristaldi fece rappresentare l’operetta “L’avvocatessa”, da lui interamente compo-
sta come musica e come parole; il tutto sempre descritto con il garbo signorile con la coinvolgente partecipazione, che avvincevano tutti i lettori, anche i più giovani.
Quando muore una persona di spicco, chiunque essa sia, noi ci sentia-
mo senza dubbio diminuiti; ma quando muore un signore della cultura, e un
gentiluomo di stampo antico, come Mariano Torrebella, sentiamo davve-
ro che la perdita è particolarmente dolorosa, perché è difficilmente
colmabile: e, perciò, Egli rimarrà sempre nella memoria di quanti abbiamo
avuto la ventura di conoscerlo e di apprezzarlo.
Santi Correnti

(Fonte: Riposto: il suo passato il suo presente il suo avvenire – www.artemare.it)

Copertina-Torrebella
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Luciu u Lupo (Lucio Lupo)

luciu lupuLupo era il suo cognome ma
l’aggiunta di una u ne fece un
soprannome adatto, secondo alcuni
cosiddetti amici, a classificare il
personaggio, in verità spigoloso e
scontroso ma anche buono e
generoso specie con quelli che come
lui erano o si sentivano emarginati
dagli ambienti qualificati della società.
Andava in giro, lo ricordiamo gli
anziani, a fare il venditore ambulante,
come tanti altri che poi divennero
negozianti e commercianti rispettabili.
Ma Lucio non aveva il bernoccolo degli affari e per essere informato dei fatti del giorno lasciava che le comari più
furbe arraffassero qualche cianfrusaglia. Le notizie tristi o liete che apprendeva stimolavano il suo estro poetico e la sua poesia, nutrita di sentimenti sinceri e di vivido acume, appuntava i fatti e fustigava i misfatti.
Lucio nacque a Giarre il 22/10/1910, da genitori di condizioni economiche assai
modeste perché il padre Giovanni faceva, quando poteva, “u iurnataru” e la madre
Sebastiana Musumeci, malferma in salute allevava alla meglio tre figli : Lucio,
Giuseppina e Pippineddu, morto in tenera età. Le condizioni della famiglia migliorarono
quando, col trasferimento a Riposto, il padre ottenne la fiducia della famiglia Puglisi,
che costruito l’omonimo Teatro, gli affidò il compito di custodirlo e tenerlo pulito.
Così, avendo libero accesso, per Lucio esso diventò la sua seconda casa nonché la
palestra della sua istruzione ed educazione per cui ricordava sempre le
rappresentazioni di opere liriche, di operette e le compagnie di varietà ed i nomi degli
artisti più importanti come Schipa, Ruggeri, Valenti, Grasso, Musco, Macario, Osiris ed
altri personaggi famosi. Ricordava i tempi quando nelle compagnie di varietà le
ragazze del balletto “valevano il doppio perché in effetti sei ballerine venivano
reclamizzate così: 12 gambe 12”. Poi i gusti delle persone cambiarono, il Teatro Puglisi diventò cinema, i genitori di Lucio morirono e Lucio, che con quel fisico poco prestante non poteva affrontare lavori pesanti né voleva sottomettersi a piatire un posticino per vivere, cominciò ad aguzzare l’ingegno e ad esercitare la sua sensibilità poetica per dire la sua sui fatti di cronaca paesana, gareggiando con altri che poi ebbero migliore fortuna perché disposti a farsi strumentalizzare.
Lucio, dopo tanti guai, ebbe la fortuna di sposare una donna che, pur non essendo una venere, fu sempre buona, comprensiva e fedelissima compagna. Concetta Altamore andava in giro con Lucio nelle periferie di Giarre, Riposto e Mascali, dandogli man forte perché più robusta a spingere il carrettino con i casalinghi. Quando arrivavano in certi crocicchi si fermavano e Lucio pubblicizzava la merce gridando: “Vinni piatti, buttigghi e biccheri, Luciu u Lupu cu so muggheri”.
Le donne uscivano dai vicoli accorrendo soprattutto per ascoltare le stornellate di Lucio come anche per la speranza di portarsi a casa di straforo qualche cianfrusaglia, eludendo l’attiva vigilanza della moglie Concetta, la quale in fondo però, come il marito, non se la prendeva molto per quelle piccole rapine ad opera di persone che stavano economicamente peggio, tanto alla vita frugale di Lucio e Concetta bastava poco e la maggior parte di quello che ricavavano dalle vendite lo mettevano da parte per comprare altra “roba”.
Lucio intanto registrava nella sua mente gli avvenimenti lieti o tristi narrati dalle “comari” ed il suo estro su “li consequenzi ca lassau la guerra” appuntava:
“A cu manca lu patri a cu lu frati / quantu donni ci su’senza mariti / quantu figghi di mamma assassinati / ca ‘nta sta terra cchiù non li viditi /”. Anche dopo il matrimonio Lucio si lasciava coinvolgere in “imprese amorose” improntando serenate per la bella di turno, la quale però poteva anche avere un protettore litigioso per cui finiva “a tabaccu”, cioè in malo modo ed allora Lucio tornava mogio mogio confessando:
“Dimmi ingrato, dimmi vile / me lo merito, lo so’ / come pecora all’ovile / a te bella tornerò /. Tra parentesi l’italiano per Lucio serviva a dare solennità alle parole…I versi di Lucio erano a volte dolci e delicati come quando si rivolge alla madre chiamandola: “Fata della prima aurora / unico bene della vita mia /. Ma altre volte erano pungenti e fustigatori di malvezzi e di misfatti. Così mentre si struggeva “Pì ‘n’urfanedda scausa, nuda,cu lu passu lentu / morta di fami, china di stanchizza / priva di lu sant’amuri di la sò matruzza / … Così s’indignava contro i violenti ed i prepotenti e contro fatti assai immorali “ca fanu arrizzari li carni” come il caso d’un vecchio che corteggiava una bambina “per buttarla nel peccato” o quello di una madre che voleva fare mercimonio della figlia ancora bambina, servendosi della sua acerba bellezza per titillare l’erotismo dei clienti… In questi casi Lucio non componeva solo versi ma sfidava il pericolo ospitando la ragazza d’accordo con la moglie e fustigando “cu non senti dolu, non senti rancuri / non sapi chi vol diri lacrimari / pensa sulu di fari lu ‘mbrugghiuni / e stari a spassu a fari u bacchittuni”.
Come abbiamo accennato l’italiano serviva a Lucio per i momenti solenni e tale era per lui l’ode in morte della sposa in cui tra l’altro dice: “Tu sola confortavi le mie pene / fino alla morte mi volesti bene”…
E così l’ode per la sua Riposto i cui figli furono “nobili marinara” che le consacrarono “con palpitante cuore / vita, pace e amore /. Ed ecco come Lucio presenta se stesso: “Sugnu n’omu i sissantanni, ca paru pigghiatu di la luna / cu li donni n’avutu furtuna / sincera n’aia truvatu sulu una”. E questo autoritratto fu una delle ultime note di Lucio, che ricoverato all’Ospedale di Linguaglossa per una banale caduta, morì il 10/06/1984.
I resti di Lucio sono seppelliti, assieme a quelli della fedele moglie Concetta, nella parte vecchia del Cimitero di Riposto, nel sottosuolo della Cappella della Confr. della Madonna del Carmelo.
Lucio Lupo, pur essendo un uomo semplice e senza protezioni, lottò come poté contro la violenza e la malvagità subendo minacce e qualche bastonatura, i suoi versi ora delicati ed ora aspri furono sempre sinceri ed originali ed anche perché in vita non ebbe mai come altri alcun riconoscimento, continuo a pensare che meriterebbe di essere ricordato nella toponomastica ripostese con l’intitolazione di una strada, anche di quelle che ancora risultano contrassegnate da un numero. Penso che in fondo sarebbe un atto di giustizia! (ndr: il Comune qualche anno dopo una via…)

AURELIO STRANO

Poesia di Lucio Lupo dedicata alla morte della moglie

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Fonte: LA TRIBUNA DI GIARRE 27 Febbraio 1993 (pagina 3)

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Premio “Sicilia è”

Sicilia è….. un premio alla Sicilianitá! Un riconoscimento a quei siciliani che si sono distinti nei vari campi, dall’ imprenditoria allo spettacolo, dal sociale allo sport, ecc. ecc., contribuendo a dare valore alla regione di appartenenza.
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