Fulippazzu (Filippo Di Pino)

Fulippazzu

Dal romanzo “Il miliardario pezzente” di Salvatore Musumeci

Mi raccomando, dormite! Perché se i morti si accorgono che siete svegli vi fanno il solletico ai piedi e non vi lasciano niente! Questa raccomandazione i nostri genitori ce la ripetevano più volte per convincerci a dormire ed evitare le tipiche curiosità dei ragazzini che avrebbero potuto svelare chi, in realtà, fossero “i morti” che lasciavano i doni.

Per noi maschietti non poteva mancare come lascito dei morti una bella pistola o, per i più fortunati, un bel fucile. Ricevere quelle armi, naturalmente finte, ci faceva sentire dei veri soldati e la mattina, tutti contenti, indossavamo quei bei cinturoni e alcuni anche la stella da sceriffo e andavamo a comprarci i fulminanti per poter fare la nostra guerra. La nostra tanto aspettata guerra serviva solo a consumare tanti fulminati che facevano solo rumore e ad accendere qualche piccola lite tra i ragazzini dei quartieri diversi. A Riposto ci conoscevamo quasi tutti, ci volevamo bene e il nostro gioco della guerra non ci aveva mai fatto del male.

Da adulto capisci perché i tuoi genitori nel giorno dei morti erano tristi, mentre tu eri felice, capisci chi era a lasciare i doni, capisci che la guerra non è come quella che facevamo noi bambini, ti rendi conto che la guerra è triste e che non ha mai prodotto nulla di buono.

fulippazzuE’ stato così anche per Filippo, a lui la guerra non ha portato nulla di buono, anzi, gli ha tolto quello che aveva.

Quella strada senza sbocco, la via Zara, non è più in terra battuta, la via Alessandro Volta è stata messa in comunicazione con la via vecchia e ‘u vadduni non si nota quasi più. La fontana che era situata in quel tratto non c’è più, da quel rubinetto don Fulippu si riforniva della “poca” acqua che gli serviva per cucinare o per i bisogni personali. La cabina dell’Enel invece è sempre lì, con i suoi muri adornati dalle nostre scritte che da bambini, per prenderci in giro, facevamo e ancora oggi vi si può leggere:

W INTER ʍ JUVE

Nemmeno quel fabbricato esiste più, è stato abbattuto, al suo posto è stato costruito un moderno palazzo, quel fabbricato che con prepotenza aveva preso il posto della nostra umile ma armoniosa casa e che come vicino aveva proprio don Fulippu.

La casa di Fulippazzu non c’è più, quel malazzeni che Minicu u vaddia aveva concesso a don Fulippu di utilizzare gratuitamente ha lasciato il posto ad una moderna abitazione. Dopo aver dato la corda alla mia sveglia dei ricordi mi sono reso conto di quanto tempo è passato e di quante cose sono cambiate…

Nel periodo natalizio si tirano le somme e si parla dell’anno che sta per finire. Piovo-so, freddoloso, tante cose non sono andate per il giusto verso, si è soliti dire, aggiungendo che non si vede l’ora che entri l’anno nuovo e soprattutto che porti buone nuove.

La legna era già pronta, sistemata a forma di cono e aspettava ‘a Vigilia, la notte del 24, per essere accesa e fare ‘u zuccu i Natali. Andare in giro a raccogliere la legna a noi ragazzi dava una gioia immensa, soprattutto quando partecipavano anche i grandi che con molta abilità riuscivano ad accaparrare pure grossi tronchi di alberi o pezzi di barche abbandonati. Quando ‘u zuccu lo facevamo nella strada in terra battuta di fronte alla cabina dell’Enel era tutta un’altra cosa. Anche Fulippazzu partecipava alla cena che si faceva davanti allo zuccu-falò e molti vicini venivano a curiosare e a fare i complimenti per la tanta legna accumulata.

fulippazzu2Fulippazzu era quello che oggi viene definito un emarginato (lui lo era per propria scelta) ma era benvoluto da tutti. Il suo passatempo preferito era uscire con una bottiglia vuota e andare nella putia du vinu, dove la faceva riempire col prezioso succo di uva per poi berlo come più gli aggradava e talvolta, a seconda dell’umore, anche nel giro di poco tempo. Quel suo, inizialmente voluto, passatempo, per affogare nell’alcol i suoi tormenti, lo aveva portato negli anni ad uno stato di semincoscienza, al punto da non capire più se fosse sobrio oppure no, in fondo forse era proprio quello che lui voleva.

La sua vita era stata sconvolta da una tragedia familiare che lo aveva portato a vivere ai margini della società.

Don Fulippu era di statura bassa, i denti quasi tutti l’avevano abbandonato, a quel tempo avrà avuto sessant’anni, ma ne dimostrava molti di più, anche se la sua tempra doveva essere molto forte. Viveva nella casa ad angolo di fronte alla cabina dell’Enel. In realtà più che una casa era una sorta di riparo, infatti, consisteva in uno spazio a cielo aperto, tranne una zona coperta da una tettoia. Non c’erano muri oltre a quelli perimetrali, niente luce, acqua, pavimenti e altri comfort.

Il suo letto era una vecchia auto di colore nero, mentre la sua dispensa era una valigia di quelle di cartone pressato, raccattata in qualche angolo dove qualcuno probabilmente l’aveva abbandonata. Alla casa si accedeva attraverso un grosso portone di legno che Fulippu chiudeva con cura ogni volta che usciva.

Passatempo dei ragazzi di più generazioni era sempre quello di insultarlo chiamandolo a voce alta e aggiungendo: U’mbriacu!

Lui, con tutta la rabbia che provava, li rincorreva a suon di brutte parole, tirando delle pietre e sbagliando la mira volutamente. Il perché sbagliasse la mira col tempo forse l’ho capito o perlomeno ho pensato di dare una valida motivazione, ipotizzando che quello strano gioco, in qualche modo dovesse gratificarlo.

In quel tipo di gioco qualche volta mi sono trovato pure io e dovevo stare più attento degli altri, perché se per caso mi avesse riconosciuto lo avrebbe detto ai miei genitori e poi erano cavoli miei!

Io, infatti, ero tra i pochi ad avere il privilegio di entrare a casa sua.

Io che ogni tanto gli portavo un piatto di pasta su incarico dei miei genitori e che gli potevo parlare e farmi raccontare alcune sue storie di quando era soldato e aveva combattuto in guerra, non ho mai capito se mi sia andata sempre bene o se lui abbia fatto finta di non conoscermi, durante quei giochi-insulto. Fulippu sicuramente amava gli animali, io me lo sono sempre immagino in groppa a un cavallo filare galoppando, e chissà, forse lui avrebbe desiderato averne uno, anche per non smentire il nome che i genitori avevano scelto alla sua nascita.

Unico suo caro amico era Giulio, un cane meticcio che per tanto tempo è stato la sua ombra. Sembrava di assistere a una commedia quando, in particolari situazioni, dialogava con Giulio, che sembrava cogliesse tutto quello che Fulippazzu gli diceva.

Era uno spettacolo vedere Fulippazzu la mattina, quando andava in giro per il paese con quell’impermeabile marrone, di quelli molto leggeri, con la cinta legata stretta alla vita in cui infilava quel manico d’ombrello a mo’ di spada.

Sicilian Talian! Diceva spesso, oppure intonava Lili Marlen, quando il vino cominciava a fare i suoi effetti.

Non lontano dalla casa di Fulippazzu si trovava un’officina.

L’artigiano aveva effettuato un lavoro a un cliente benestante, il quale, rimasto molto contento, gli regalò una bottiglia di marsala all’uovo.

Decidendo di aprire quella bottiglia, chiamò Fulippazzu e lo invitò a bere con lui:

-Fulippu! Veni ‘ccà!

-Chi c’è? Rispose Fulippu.

L’artigiano, prendendo due bicchieri gli disse:

-Vieni, oggi si brinda! E fece il gesto di passargli il bicchiere colmo di marsala.

Fulippu, diffidente per natura, gli disse:

-Prima, vivi tu!

L’artigiano, un po’seccato e risentito, rispose:

-Lo bevo io, ma per te non ce n’è!

Fulippazzu si allontanò brontolando, sussurrando la solita frase:

-Fezza schifezza, Sicilian Talian!

Un lunedi, di buon mattino, Fulippu si reco’ al Municipio e, come un soldato di guardia, si piazzo’ vicino al portone d’ingresso ad aspettare che qualcuno andasse ad aprire.

Il portone odorava di pittura fresca, essendo stato pitturato qualche giorno prima. Alle 8.00 in punto il messo arrivo’ e trovò strano che Fulippu fosse lì ad attenderlo.

-Attentu, Fulippu! Non t’ appuiari no puttuni, ca e’ pitturatu friscu!

-Viri ca nun sugnu ‘mbriacu e u visti ca u puttuni ie’ pitturatu friscu e visti macari ca i manigghi di ramu sunu tutti lordi, e daticcilla na pulizziata!

-Comu mai a quest’ora si cca’? A cu aspetti?, gli chiese il messo.

-Oggi veni ‘u sinnicu? domandò Fulippu.

-Sì, ma viene tardi, ti conviene ritornare dopo. Cercava di persuaderlo il messo, mentre insieme salivano le scale.

-Vabbè, gli disse Fulippu, incurante del consiglio del messo, mentre si avvicinava alla sedia situata nei pressi del gabinetto del primo cittadino, aggiuncendo; vuol dire ca aspettu cca’, picchì ci devo parrari!

Erano quasi le 10.00 e del sindaco nemmeno l’ombra. Fulippu cominciava a spazientirsi, lui, burbero per carattere, non dialogava con chiunque, per cui quell’attesa doveva sembrargli interminabile e cominciò a fare avanti e indietro nel corridoio.

Sicuramente anche il fatto che quella mattina non aveva ancora bevuto lo rendeva nervoso, ma ormai aveva deciso: quel giorno doveva parlare col sindaco e, nonostante in tanti gli consigliassero di tornare dopo, Fulippu, intransigente, continuo’ la sua snervante attesa insieme ad altri concittadini, che avevano anche loro necessità di parlare al sindaco.

Finalmente, dopo un po’, il sindaco arrivò.

-Buongiorno. Gli disse il messo.

-Il primo è Fulippu signor sindaco, è qui da stamattina alle 8.00.

-Ciau Fulippu, trasi trasi, chi c’e, veni cca’.

-Ciau, gli disse Fulippu, chiamandolo per nome e dandogli del tu in modo confidenziale, poiché i due si conoscevano da ragazzi.

-No, non trasu, ti devo dire solo una cosa e te la dico qui, non ti voglio fari perdiri tempu, cu tutti i to chiffari importanti ca ci hai.

-Tu si amicu miu e mi hai promesso che mi facevi prendere ‘a pensioni, perché dicono ca mi spetta, io fino a oggi non ho visto niente. Fossi aspettunu ca moru ppi darimmilla…

-Ciao!, aggiunse, e si congedò senza dire e senza ascoltare altro. Abbassò la testa e fece la solita espressione chiudendo la bocca, che per mancanza dei denti, faceva arrivare il labbro inferiore vicino alle narici.

Se crere ca mi fazzu u sangu amaru… se crere ca ‘mpazziscu e appoi mi sparu… chella là, chellallaaaà…

Pippinu, il fioraio, interruppe il concertino di Fulippu, quel pomeriggio.

-Fulippu! Fulippu! Iapri ca t’ha a diri na cosa!

-Aspetta Pippinu, staiu vinennu!

-Ciau Fulippu.

-Ciau Pippinu. Chi voi?

-Vedi che domani alle tre e mezza c’e’ ‘u funerali, perciò non bere, così puoi lavorare.

A quei tempi, a Riposto e non solo, nei funerali, solitamente le ghirlande venivano portate a mano da due persone e Fulippu veniva chiamato spesso da Pippinu e da altri fiorai per fare quel servizio che gli permetteva di guadagnare qualcosa.

-Vabbe’, allora ni viremu dumani, ti aspetto o simafuru ‘ndo chianu. Alle tre ti passo a prendere. Non te lo scordare Fulippu, e non bere, u capisti, gli raccomandò don Peppino.

-Sì, sì, non mu scordu, u capii: e tri sugnu o simafuru e tu non ti scuddari ca ancora avanzu i soldi da vota scorsa! Gli disse Fulippu, prima di rientrare.

Come mi dispiace non esserci stato quella domenica, quando Fulippu mangio’ a casa nostra! Io non c’ero, ero fuori per lavoro. Quando ancora oggi si parla di quel pranzo, io, con un po’ di malinconia, penso tra me:

Che peccato non aver potuto pranzare con quell’ospite così speciale…

Fezza schifezza, Sicilian Talian!

Don Fulippo riposa nel cimitero di Acireale. In questa cittadina Fulippazzu trascorse l’ultimo periodo della sua vita, venne ospitato in un casa di riposo per anziani grazie all’interessamento di persone che gli volevano bene. Io un giorno lo rividi, era venuto nella sua amata Riposto per passarci qualche ora, poi sarebbe dovuto ritornare ad Acireale nella casa di riposo che lo ospitava. Quella volta stentai a riconoscerlo, don Fulippu era sobrio e ben vestito ma i suoi occhi erano tristi e quello mi dispiacque molto, in quel momento avrei voluto nascondermi dietro l’angolo e gridargli: Fulippazzu u’mbriacu! Avrei voluto che lui raccattasse delle pietre per scagliarmele contro, tanto sapevo che non mi avrebbe colpito e che come al solito avrebbe sbagliato la mira, ma quel gioco non si poteva più fare, quel Fulippazzu non esisteva più! Quella fu una delle ultime volte che io vidi don Filippo, quando capita di parlare di Fulippazzu un velo di malinconia mi cattura.

Don Fulippo sono davvero onorato di averla avuto come vicino di casa e di averla conosciuta… Fezza schifezza, Sicilian Talian!

Salvatore Musumeci

Su autorizzazione dell’autore.

Foto reperite sul gruppo facebook Sei di riposto se…

ARAZIU STRANU (Orazio Strano)

Orazio Strano: mitica voce della Sicilia
di Santi Correnti
orazio strano3Il 16 dicembre 1981, all’età di 77 anni, è scomparso a Riposto (Catania) colui che era unanimemente considerato il maestro dei cantastorie siciliani, Orazio Strano. La terra siciliana è sempre stata feconda matrice di poesia; e i nostri antichi, che lo sapevano, proclamavano che cu voli pusìa vegna ‘n Sicilia – ca porta la bannéra di vittoria – canti e canzuni n’avi a centumilia. Con il riposte. Orazio Strano la poesia sicilia-na non solo ha confermato la sua tradizione, ma non ha atteso di essere scoperta nel suo luogo d’origine, perché ha varcato i suoi limiti geografici e si è imposta trionfalmente in tutta Italia, dando al suo cantore ambitissimi riconoscimenti. Orazio Strano è stato infatti proclamato «Trovatore d’Italia» nella sagra nazionale dei cantastorie tenutasi a Grazzano Visconti nel 1960; ha mantenuto lo stesso titolo nel 1962 a Castell’Arquato; e nel 1964 a Monticelli è stato addirittura riconosciuto come «Maestro dei cantastorie d’Italia», e considerato pertanto fuori concorso.

Non è da stupirsi di queste manifestazioni di pubblico riconoscimento ottenute da Orazio Strano, perché critici assai qualifi-cati, così come il popolo di molte piazze d’Italia, hanno gradito i suoi canti e la sua recitazione in modo davvero lusinghiero, dando di lui giudizi di cui c’è da andare veramente fieri. Nel 1956, dopo una memorabile tournée di undici giorni al Piccolo Teatro di Milano in cui Orazio Strano apparve incontrastabilmente il migliore dei menestrelli in campo -e c’erano artisti che risponde-vano al nome di Ciccio Busacca, Ciccio Platania e Ignazio Buttitta, cioé appartenenti alla migliore tradizione poetica sicilia-na – egli fu lodato unanimemente dai critici; e lo stesso Salvatore Quasimodo, premio Nobel 1959 per la letteratura, ha scritto che Orazio Strano è «il più mordente, tradizionalista, esperto di tecni-ca degli aedi siciliani». Valerio Riva ha riconosciuto che Orazio Strano è poeta scaltrito e raffinato, e possiede una tavolozza di colori e di sfumature assai più alta dei suoi colleghi, perché sa pas-sare dal bozzetto sentimentale all’epodo, dal drammone alla frot-tola, dalla sestina epica all’ottonario, dall’ottava ariostesca all’epigramma e alla canzonetta. Il critico della rivista «Settimo giorno» osservò che Orazio Strano sapeva passare dal parlato al canto senza soluzione di continuità, con una coerenza di linguaggio che farebbe invidia ad un operista moderno. E Roberto De Monticelli, in una nota apparsa sul quotidiano milanese «Il Giorno», ha dichiarato su quel giornale che fra i cantastorie sici-liani Orazio Strano è il più illustre ed antico, e che ha «una faccia di operaio anziano, come toccata da una tenerezza, ma l’arco delle sopracciglia, nero e lucente sulla fronte grigia, fa la stessa curva del sole da un capo all’altro dell’Isola, lungo la giornata; ed ha una voce forte, morbida e scura, del colore delle casse dei mandolini… Come canta, gli si accendono, una di qua e una di là, due scintil-le di zolfo negli occhi». Orazio Strano merita questi giudizi lusinghieri. Come io scrissi nel 1958, nel suo canto ora allegro e spensierato e motteggiatore, ora malinconico e dolente e lacrimante, vibrano tutti i mille e mille toni delle corde del nostro cuore di isolani. Egli canta appassionatamente la Sicilia e la sua gente in Misteri e cosi sicilia-ni sorride dell’eterno contrasto di uomini e donne, racconta fat-tacci di cronaca nera che abbiano avuto particolare risonanza tra la nostra gente, come lo sconvolgente assassinio del presidente Kennedy, e si libra sulle ali della pura lirica nelle canzoni di amore e di gelosia, e in quelle di sdegnu e di sintimentu. La sua produ-zione più interessante (anche perché, nelle opere scritte in colla-borazione con il poeta mascalese Turiddu Bella, è da considerare un epigono dei canti amebei di Teocrito e di Virgilio) è racchiusa in un opuscolo ormai raro, Lu cantastorii sicilianu. È una lettura rasserenante; il poeta lo sa, e come il pirandelliano Liolà ci dice: Buttitta, cioé appartenenti alla migliore tradizione poetica siciliana egli fu lodato unanimemente dai critici; e lo stesso Salvatore Quasimodo, premio Nobel 1959 per la letteratura, ha scritto che Orazio Strano è «il più mordente, tradizionalista, esperto di tecni-ca degli aedi siciliani». Valerio Riva ha riconosciuto che Orazio Strano è poeta scaltrito e raffinato, e possiede una tavolozza di colori e di sfumature assai più alta dei suoi colleghi, perché sa pas-sare dal bozzetto sentimentale all’epodo, dal drammone alla frottola, dalla sestina epica all’ottonario, dall’ottava ariostesca all’epigramma e alla canzonetta. Il critico della rivista «Settimo giorno» osservò che Orazio Strano sapeva passare dal parlato al canto senza soluzione di continuità, con una coerenza di linguag-gio che farebbe invidia ad un operista moderno. E Roberto De Monticelli, in una nota apparsa sul quotidiano milanese «Il Giorno», ha dichiarato su quel giornale che fra i cantastorie sici-liani Orazio Strano è il più illustre ed antico, e che ha «una faccia di operaio anziano, come toccata da una tenerezza, ma l’arco delle sopracciglia, nero e lucente sulla fronte grigia, fa la stessa curva del sole da un capo all’altro dell’Isola, lungo la giornata; ed ha una voce forte, morbida e scura, del colore delle casse dei mandolini… Come canta, gli si accendono, una di qua e una di là, due scintil-le di zolfo negli occhi». Orazio Strano merita questi giudizi lusinghieri. Come io scrissi nel 1958, nel suo canto ora allegro e spensierato e motteggiatore, ora malinconico e dolente e lacrimante, vibrano tutti i mille e mille toni delle corde del nostro cuore di isolani. Egli canta appassionatamente la Sicilia e la sua gente in Misteri e cosi siciliani sorride dell’eterno contrasto di uomini e donne, racconta fattacci di cronaca nera che abbiano avuto particolare risonanza tra la nostra gente, come lo sconvolgente assassinio del presidente Kennedy, e si libra sulle ali della pura lirica nelle canzoni di amore e di gelosia, e in quelle di sdegnu e di sintimentu. La sua produ-zione più interessante (anche perché, nelle opere scritte in colla-borazione con il poeta mascalese Turiddu Bella, è da considerare un epigono dei canti amebei di Teocrito e di Virgilio) è racchiusa in un opuscolo ormai raro, Lu cantastorii sicilianu. È una lettura rasserenante; il poeta lo sa, e come il pirandelliano Liolà ci dice: Litturi, lu tè cori si cunsòla Cu sti canzuni fatti ‘i sta manéra: Cantàri li poi tu a la campagnola, A sturnelli, e macari: ‘a carrittera.,…
Il suo canto acquista un particolare valore quando pensia-mo da quale corpo rattrappito e sofferente esso si levi, perché Orazio Strano, nato a Riposto nel 1904, fu colpito a 22 anni, mentre prestava servizio militare in Marina, da artrite reumatica deformante; e per parecchi decenni ha sofferto li peni di Cainu, come egli dice nel suo poemetto La me vita pinusa in cui, dolorosamente poetando, egli afferma che

La mala sorti la porto di ‘ncoddu, Como un turciuni lacrimìu e squagghiu; Cchiú tempo passa e di cchiú m’arrimoddu, Pirchf cummattu sempri, notti e jornu, Ccu trívuli malanni e cu fiustornu!

Il canto di Orazio ,Strano ci appare pertanto nella luce profondamente umana di una vittoria dello spirito sulla materia, di un simbolico trionfo della poesia sul dolore. La sua vita è stata un continuo e ostinato affermarsi del suo spirito sul male fisico, in un faticoso ma costante progresso: dall’asinello sardo e dal car-rozzino con cui si trascinava in tutte le piazze del Meridione è pas-sato alla «Balilla tre marce» e poi a macchine più moderne e confortevoli; dalla chitarra è passato al microfono e al registratore; la sua voce è incisa in dischi (del solo poemetto Giuliano, re dei briganti, con versi di Turiddu Bella, si sono fatte 17 edizioni, con la vendita di oltre 150.000 dischi) e trasmessa dalla radio; ed io stesso ho avuto il piacere di ascoltarla a New York nelle trasmissioni di Lucio Basco; la sua figura è apparsa anche sugli schermi della nostra televisione. Se Riposto ha onorato il suo migliore poeta, ha fatto davvero bene, perché la vita di Orazio Strano è anche un esempio di volontà tenace e di dedizione all’arte; ed il suo nome sarà sempre ricco di significato per chi studierà la sto-ria della cultura locale, perché egli non soltanto è valido come poeta e come interprete dell’anima popolare, ma con la sua tenace volontà di vita ha sublimato la sua arte; e l’onore che gli è stato tributato dalle autorità e dal popolo ha voluto premiare non solo l’artista, ma anche l’uomo con l’offerta di una simbolica medaglia d’oro nel 1966. Una sincera e devota amicizia mi legava a lui. Lo onorai in vita parecchie volte, scrivendo per lui articoli pubblicati dal quo-tidiano «La Sicilia» di Catania nel 1958 e nel 1966, ed inserendo un saggio che lo riguardava nel mio libro Storia e folklore di Sicilia (Milano, Mursia 1975, pp. 157-159). Egli ricambiava questa mia affezione nella maniera più a lui congeniale, e cioé in poesia; nel 1968 mi dedicò una lirica, in cui mi chiamava «albero forte e gigante» della cultura siciliana, e concludeva così le sue vibranti ottave a me rivolte

sì ferru, e mi ti smancia non cè lima, cu ti canusci, t’apprezza e ti ama, di l’arti vera sì la megghiu cima, arvulu forti e giganti ti chiama!

e nel 1973, in occasione del mio quarantanovesimo compleanno, mi indirizzava questo affettuoso sonetto, in cui ricordava la nostra natia Riposto, cui egli era attaccatissimo, e nella sua bontà mi chiamava «uomo di talento»

Quannu-nascistu, omu di talentu, purtastu ‘n casa vostra l’armunia; li vostri ginituri a ddu mumentu pruvaru la cchiù gioia ca ci sta; pirchì capìu lu so’ sintimentu chítidu ca un ghlornu sta figghiu sarla, e di fatta vinistu gran purtentu, scritturi ricca assai di fantasia. Critica d’arti `maculatu e tostonessunu scappa sutta di stu lazzu vui ‘nta lu criticari siti appostu.

Ora milli auguri vi fazzu
figghiu fidili di Ripostu
ca ‘nta Catania truvastu lu jazzu !

dicendo cioé che io avevo trovato la mia vera sede di attività a Catania come è nella realtà.
Dando notizia della sua morte, lo scrittore Giuseppe Di Bernardo, nell’articolo intitolato Il gran cuore di Sicilia, apparso su «La Sicilia» del 18 dicembre 1981, lo ha chiamato «la voce mitica della Sicilia popolare, il più grande cantastorie di tutti i tempi» ed ha giustamente affermato che «con lui muore il cuore della Sicilia antica, della quale Orazio Strano ha cantato, riallacciandosi alla cronaca di ogni giorno, ed in essa trasfondendo gli slanci lirici della sua anima di poeta delicatissimo, il più struggente tormento, i desolanti abissi della condizione popolare, i sentimenti della gente comune». Non per nulla Orazio Strano aveva detto di voler cantare così la sua terra:

Vogghiu laudari ccu li me canzuni la terra mia ca vogghiu tantu beni, l’omini forti Corna li liuni, li donni beddi coma li sireni, e zoccu c’è in Sicilia macari, lu suli d’ora, lu cela e la mari…

e con questa visione nel cuore egli è salito al cielo dei poeti.

 

FONTE:Orazio Strano: mitica voce della Sicilia
di Santi Correnti

Un ringraziamento alla figlia Maria Strano per la cortese collaborazione.

Mariano Torrebella

MARIANO TORREBELLA,

CANTORE DI RIPOSTO

Revisore dei conti della prima Proloco di Riposto

 Torrebella

Il 9 luglio 1997, all’età di 88 anni, ha chiuso la sua operosa giornata
terrena il ragioniere Mariano Torrebella, che era nato a Riposto il 15 giu-
gno 1909.
Ebbe vita lineare e dignitosa, e fu sempre un signore, sia nella vita civi-
le, che nella sua attività culturale; ed amò Riposto come pochi, con disin-
teresse assoluto e con dedizione ininterrotta. Fu un autentico “cantore di
Riposto”.
Professionista scrupoloso ed intelligente, fu dapprima impiegato privato a Riposto, presso la ditta vinicola “Giovanni Nicotra”; poi fu assunto quale funzionario della Banca Popolare Santa Venera di Acireale, da cui uscì nel 1979 coll’alta qualifica di Condirettore Generale, coronando una splendida carriera, in cui riscosse meritati e continui successi. Fu profondamente legato alla sua famiglia: sia come sposo affettuoso della ripostese Michelina Garufi, sia come padre sempre premuroso delle sue figlie dott.Paola e ins. Anna, che sono state ambedue mie carissime allieve all’Università di Catania, ed era nonno orgoglioso delle sue tre nipotine.
Dopo la famiglia e il lavoro, il suo grande amore fu per il paese natio, e lo seppe esprimere in dignitosa forma culturale. Giovanissimo, fu corrispondente da Riposto del Giornale d’Italia di Roma, allora diretto da quel grande giornalista che era Virginio Gayda; e già nel 1938 vi pubblicò articoli come “Riposto, il suo passato e il suo avvenire”; e su Riposto, anche in tempi recenti, ha scritto una interessante e documentata serie di articoli,
dei più significativi dei quali indichiamo qui i titoli, e che sono apparsi dal 1987 al 1995 sul “Gazzettino di Giarre”, e dal 1996 sulla “Tribuna di Giarre”:
1) Tradizioni teatrali di Riposto, 24 settembre 1987;
2) Riposto polo mercantile – finanziario, 4 febbraio 1988;
3) Splendide voci e musiche intramontabili, 5 gennaio 1989;
4) C’era una volta l’Opera dei pupi, 23 marzo 1989;
5) Le grandi tradizioni di Riposto nell’insegnamento tecnico-com-
merciale, 4 maggio 1989;
6) Un illustre personaggio ripostese, Domenico Cafiero, mirabilmente
rievocato dal prof. Correnti, 1° giugno 1989;
7) Le “pulene” di Riposto, 21 settembre 1989;
8) La Sicilia e i Siciliani visti da Santi Correnti, 19 aprile 1990;
9) L’epoca dei “porta” a Riposto, 10 maggio 1990;
10) Gemellaggio tra Assoro e Riposto, 14 giugno 1990;
11) La Marina di Sant’Anna, 30 luglio 1992;
12) La marineria ripostese nella storia, 20 settembre 1994;
13) Una lezione di civiltà. Don Luca Ligresti, 21 gennaio 1995;
14) Giarre e Riposto, lungo digiuno teatrale, 10 giugno 1995;
15) Lo storico Palazzo Di Pino, 20 aprile 1996;
16) Trieste nel passato di Riposto, 8 giugno 1996;
17) Riposto anni Venti, 13 luglio 1996;
18) L’atout dell’Italia, sul diritto storico dell’Italia di far parte dell’Eu-
ropa unita, sancito dal Trattato di Messina del 1955, voluto dal
siciliano Gaetano Martino allora nostro Ministro degli Esteri: arti-
colo che è apparso postumo sulla “Tribuna di Giarre” il 12 luglio
1997.
Mariano Torrebella fu mio amico costante e sincero, sempre pronto a collaborare a tutte le iniziative da me prese per la valorizzazione di Riposto (ricordo con particolare gratitudine come egli mi abbia aiutato nel 1956 per la realizzazione della prima “Pro Loco” di Riposto, di cui fu autorevole Revisore dei conti; e come fosse attento lettore delle mie opere storiche); ma la dote che lo ha reso gradito a tutti è stato il suo amore cosciente e documentato per la nostra Riposto, di cui, in numerosi e dotti articoli, illustrò aspetti reconditi e poco noti; e fecero davvero epoca, perché parlavano della vita e dei costumi dei vecchi marinai ripostesi, rievocando perfino le antiche “polene” (che erano le statue lignee, poste a prua dei velieri, e di cui i marinai finivano per innamorarsi!); e rinverdendo le forme
caratteristiche del loro pittoresco linguaggio; e ricordando i divertimenti sociali dei ripostesi di un tempo, quali “L’Opera dei pupi” di don Salvatore Zappalà e di don Ciccio Lizzio, o la sala da ballo “Chat Rouge” aperta da Turi Belfiore “u Putiiddotu”, o gli spettacoli teatrali del Teatro Puglisi, dove recitavano attori come Ermete Zacconi, Ettore Petrolini, Giovanni Grasso e Angelo Musco, ed attrici come le sorelle Emma ed Irma Gramatica
e Rosina Anselmi, e dove cantavano baritoni come Riccardo Stracciari e “Vedettes” come Anna Fougez e dove il ripostese Salvatore Cristaldi fece rappresentare l’operetta “L’avvocatessa”, da lui interamente compo-
sta come musica e come parole; il tutto sempre descritto con il garbo signorile con la coinvolgente partecipazione, che avvincevano tutti i lettori, anche i più giovani.
Quando muore una persona di spicco, chiunque essa sia, noi ci sentia-
mo senza dubbio diminuiti; ma quando muore un signore della cultura, e un
gentiluomo di stampo antico, come Mariano Torrebella, sentiamo davve-
ro che la perdita è particolarmente dolorosa, perché è difficilmente
colmabile: e, perciò, Egli rimarrà sempre nella memoria di quanti abbiamo
avuto la ventura di conoscerlo e di apprezzarlo.
Santi Correnti

(Fonte: Riposto: il suo passato il suo presente il suo avvenire – www.artemare.it)

Copertina-Torrebella
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Luciu u Lupo (Lucio Lupo)

luciu lupuLupo era il suo cognome ma
l’aggiunta di una u ne fece un
soprannome adatto, secondo alcuni
cosiddetti amici, a classificare il
personaggio, in verità spigoloso e
scontroso ma anche buono e
generoso specie con quelli che come
lui erano o si sentivano emarginati
dagli ambienti qualificati della società.
Andava in giro, lo ricordiamo gli
anziani, a fare il venditore ambulante,
come tanti altri che poi divennero
negozianti e commercianti rispettabili.
Ma Lucio non aveva il bernoccolo degli affari e per essere informato dei fatti del giorno lasciava che le comari più
furbe arraffassero qualche cianfrusaglia. Le notizie tristi o liete che apprendeva stimolavano il suo estro poetico e la sua poesia, nutrita di sentimenti sinceri e di vivido acume, appuntava i fatti e fustigava i misfatti.
Lucio nacque a Giarre il 22/10/1910, da genitori di condizioni economiche assai
modeste perché il padre Giovanni faceva, quando poteva, “u iurnataru” e la madre
Sebastiana Musumeci, malferma in salute allevava alla meglio tre figli : Lucio,
Giuseppina e Pippineddu, morto in tenera età. Le condizioni della famiglia migliorarono
quando, col trasferimento a Riposto, il padre ottenne la fiducia della famiglia Puglisi,
che costruito l’omonimo Teatro, gli affidò il compito di custodirlo e tenerlo pulito.
Così, avendo libero accesso, per Lucio esso diventò la sua seconda casa nonché la
palestra della sua istruzione ed educazione per cui ricordava sempre le
rappresentazioni di opere liriche, di operette e le compagnie di varietà ed i nomi degli
artisti più importanti come Schipa, Ruggeri, Valenti, Grasso, Musco, Macario, Osiris ed
altri personaggi famosi. Ricordava i tempi quando nelle compagnie di varietà le
ragazze del balletto “valevano il doppio perché in effetti sei ballerine venivano
reclamizzate così: 12 gambe 12”. Poi i gusti delle persone cambiarono, il Teatro Puglisi diventò cinema, i genitori di Lucio morirono e Lucio, che con quel fisico poco prestante non poteva affrontare lavori pesanti né voleva sottomettersi a piatire un posticino per vivere, cominciò ad aguzzare l’ingegno e ad esercitare la sua sensibilità poetica per dire la sua sui fatti di cronaca paesana, gareggiando con altri che poi ebbero migliore fortuna perché disposti a farsi strumentalizzare.
Lucio, dopo tanti guai, ebbe la fortuna di sposare una donna che, pur non essendo una venere, fu sempre buona, comprensiva e fedelissima compagna. Concetta Altamore andava in giro con Lucio nelle periferie di Giarre, Riposto e Mascali, dandogli man forte perché più robusta a spingere il carrettino con i casalinghi. Quando arrivavano in certi crocicchi si fermavano e Lucio pubblicizzava la merce gridando: “Vinni piatti, buttigghi e biccheri, Luciu u Lupu cu so muggheri”.
Le donne uscivano dai vicoli accorrendo soprattutto per ascoltare le stornellate di Lucio come anche per la speranza di portarsi a casa di straforo qualche cianfrusaglia, eludendo l’attiva vigilanza della moglie Concetta, la quale in fondo però, come il marito, non se la prendeva molto per quelle piccole rapine ad opera di persone che stavano economicamente peggio, tanto alla vita frugale di Lucio e Concetta bastava poco e la maggior parte di quello che ricavavano dalle vendite lo mettevano da parte per comprare altra “roba”.
Lucio intanto registrava nella sua mente gli avvenimenti lieti o tristi narrati dalle “comari” ed il suo estro su “li consequenzi ca lassau la guerra” appuntava:
“A cu manca lu patri a cu lu frati / quantu donni ci su’senza mariti / quantu figghi di mamma assassinati / ca ‘nta sta terra cchiù non li viditi /”. Anche dopo il matrimonio Lucio si lasciava coinvolgere in “imprese amorose” improntando serenate per la bella di turno, la quale però poteva anche avere un protettore litigioso per cui finiva “a tabaccu”, cioè in malo modo ed allora Lucio tornava mogio mogio confessando:
“Dimmi ingrato, dimmi vile / me lo merito, lo so’ / come pecora all’ovile / a te bella tornerò /. Tra parentesi l’italiano per Lucio serviva a dare solennità alle parole…I versi di Lucio erano a volte dolci e delicati come quando si rivolge alla madre chiamandola: “Fata della prima aurora / unico bene della vita mia /. Ma altre volte erano pungenti e fustigatori di malvezzi e di misfatti. Così mentre si struggeva “Pì ‘n’urfanedda scausa, nuda,cu lu passu lentu / morta di fami, china di stanchizza / priva di lu sant’amuri di la sò matruzza / … Così s’indignava contro i violenti ed i prepotenti e contro fatti assai immorali “ca fanu arrizzari li carni” come il caso d’un vecchio che corteggiava una bambina “per buttarla nel peccato” o quello di una madre che voleva fare mercimonio della figlia ancora bambina, servendosi della sua acerba bellezza per titillare l’erotismo dei clienti… In questi casi Lucio non componeva solo versi ma sfidava il pericolo ospitando la ragazza d’accordo con la moglie e fustigando “cu non senti dolu, non senti rancuri / non sapi chi vol diri lacrimari / pensa sulu di fari lu ‘mbrugghiuni / e stari a spassu a fari u bacchittuni”.
Come abbiamo accennato l’italiano serviva a Lucio per i momenti solenni e tale era per lui l’ode in morte della sposa in cui tra l’altro dice: “Tu sola confortavi le mie pene / fino alla morte mi volesti bene”…
E così l’ode per la sua Riposto i cui figli furono “nobili marinara” che le consacrarono “con palpitante cuore / vita, pace e amore /. Ed ecco come Lucio presenta se stesso: “Sugnu n’omu i sissantanni, ca paru pigghiatu di la luna / cu li donni n’avutu furtuna / sincera n’aia truvatu sulu una”. E questo autoritratto fu una delle ultime note di Lucio, che ricoverato all’Ospedale di Linguaglossa per una banale caduta, morì il 10/06/1984.
I resti di Lucio sono seppelliti, assieme a quelli della fedele moglie Concetta, nella parte vecchia del Cimitero di Riposto, nel sottosuolo della Cappella della Confr. della Madonna del Carmelo.
Lucio Lupo, pur essendo un uomo semplice e senza protezioni, lottò come poté contro la violenza e la malvagità subendo minacce e qualche bastonatura, i suoi versi ora delicati ed ora aspri furono sempre sinceri ed originali ed anche perché in vita non ebbe mai come altri alcun riconoscimento, continuo a pensare che meriterebbe di essere ricordato nella toponomastica ripostese con l’intitolazione di una strada, anche di quelle che ancora risultano contrassegnate da un numero. Penso che in fondo sarebbe un atto di giustizia! (ndr: il Comune qualche anno dopo una via…)

AURELIO STRANO

Poesia di Lucio Lupo dedicata alla morte della moglie

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Fonte: LA TRIBUNA DI GIARRE 27 Febbraio 1993 (pagina 3)

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Ing. Antonino Calabretta

Generale-CalabrettaCALABRETTA Antonino – ingegnere navale, tenente generale del genio navale nato a Riposto il 20-10-1855 e morto il 09-12-1936. E’ sepolto a Riposto. Costruttore navale, abitò a spese del governo per i suoi meriti in un appartamento della galleria di S. Lucia a Napoli.

Fu il primo ideatore degli aliscafi, progettò molte navi ed in particolare collaborò alla costruzione della corazzata “Dante Alighieri” e ad altre corazzate del regno. Progettò una nave a carbone che doveva congiungere la costa siciliana con quella calabra. In effetti si trattò di un Ferry boat con propulsione a pale e motore a carbone. Ne vennero realizzati due esemplari, Scilla e Cariddi, entrati in servizio alla fine del 1896. Nei primi anni, tuttavia, la mancanza di idonee invasature per l’attracco alla terra ferma e per il conseguente trasferimento a bordo delle vetture ferroviarie, non ne consentì l’utilizzazione per le specifiche finalità per cui erano state progettate. Di qui il loro provvisorio impiego come semplici piroscafi. A partire dalla fine del 1899, tuttavia, ultimate le invasature, Scilla e Cariddi iniziarono il regolare servizio di traghettamento: dapprima di carri merci e, a partire dall’agosto 1901, di vetture ferroviarie passeggeri. Le prime furono due carrozze pullman del direttissimo Roma Siracusa.

Nel 1934 ultimò la progettazione, presentando a Roma il relativo progetto alle autorità politiche del tempo, di un ponte sopraelevato per congiungere punta Faro con Punta Pezzo. Il nipote avv. Claudio Petrucci di Roma ha vaghi ricordi della copia del modellino, che faceva bella mostra di sé nella casa di campagna di Santa Venera (CT) ed ignora che fine abbia fatto in quanto, dopo la morte di suo nonno, la casa e gli annessi terreni furono venduti a porte chiuse.

Nel 2006, in occasione dell’anniversario del primo centenario del porto di Riposto, la Commissione, costituita per la denominazione delle banchine dal Com.te dell’Ufficio Circondariale marittimo ripostese, gli intitola una banchina.

Anche una strada del Comune ripostese risulta intitolata a suo nome.

(tratto da www.artemare.it)